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15 dicembre 2005 il
manifesto
I
COMPLICI DEI TORTURATORI

di Lucio e John Manisco
«Un vasto arazzo intriso di menzogne di cui ci
alimentano ogni giorno». Così Harold Pinter nel suo mirabile discorso di
accettazione del Nobel ha descritto la marea di lordure, di assurde
finzioni, di macabre baggianate che dal centro del grande impero
d'occidente dilaga sul mondo intero dopo il 9/11 con la guerra
d'aggressione all'Afganistan e all'Iraq e prima ancora in sessant'anni di
«conflitti a bassa intensità» e di sostegno militare ed economico
esteso alle peggiori e più sanguinarie dittature in ogni angolo del
pianeta.
Dalla
Grecia all'Uruguay, dal Brasile al Paraguay , dall'Indonesia ad Haiti,
dalla Turchia alle Filippine, dal Guatemala al Salvador, dal Cile al
Nicaragua. Mai come negli ultimi giorni la menzogna come pane quotidiano
è stata servita sulle nostre mense dall'amministrazione Usa con la
connivenza dei mass media internazionali e nazionali, con il consenso o il
silenzio-assenso di governanti e di quegli stessi uomini politici di
opposizione che continuano ad applicare la sordina ad ogni loro labile
vagito di protesta. L'esempio più recente è stato fornito dal
trattamento riservato su quasi tutti i media al discorso e alla breve
conferenza stampa del presidente statunitense il 12 dicembre nella sede
del Consiglio per gli affari mondiali di Filadelfia: tra le domande
predisposte ad arte, altre sono emerse che hanno deragliato il treno della
retorica presidenziale sulla «strategia della vittoria in Iraq» verso
terreni e tematiche su cui finora gli era stato imposto di non
avventurarsi in pubblico. Contravvenendo alla ferrea regola del Pentagono
di ignorare il numero di morti tra civili e resistenti iracheni («We don't
do body counts», non facciamo conteggi di cadaveri, ebbe a dire nel 2003
il generale Tommy Franks, comandante supremo in Iraq) il capo
dell'esecutivo ha sparato la cifra di trentamila ammazzati sui 2.140
caduti statunitensi. Nessuno gli ha chiesto da dove avesse tirato fuori
queste cifre ovviamente approssimative per difetto; più di un anno fa,
prima cioè degli eccidi a Fallujah-Guernica, i dati raccolti
dall'autorevole rivista medica britannica The Lancet, poi
corroborati dalla Croce Rossa e Verde, dall'Organizzazione mondiale della
sanità e da altri enti come Human rights watch international
indicavano un bilancio approssimativo di 100.000 morti tra i civili; il
Pentagono il conteggio dei cadaveri lo fa e come, per raggiungere un
quoziente doppio di quello nella guerra in Vietnam che era di uno a venti
ed ora è di uno a quaranta, quaranta morti iracheni per ogni caduto Usa,
il che dovrebbe portare ad un minimo di 85.000 le perdite tra sciiti,
sunniti e kurdi. I mass media hanno poi dato ampio risalto alle parole del
presidente sul trionfo di qui a poche ore della democrazia parlamentare in
Iraq e hanno ignorato una delle battute più minacciose mai pronunziate da
George Dubya Bush: «La lunga durata di questa guerra dovrà
richiedere cambi di governi in altre parti del mondo» (Siria? Iran?
Venezuela? Spagna?).
Le mezze verità ufficiose e le falsità ufficiali più
clamorose sono state registrate da un paio di settimane a questa parte
sulla tematica ben più scabrosa della tortura, diventata in tutte le sue
varianti inclusa la «extraordinary rendition», prassi consacrata dal
ministero di giustizia, dal Pentagono e dalla Cia. «We do not torture»,
noi non torturiamo, ha invece proclamato Gorge W. Bush a Panama City e
Naomi Klein è stata l'unica a ricordare sul Guardian del 10
dicembre che lo smemorato presidente ha proclamato la sua sdegnata
smentita a poche decine di chilometri dalla località dove le forze armate
Usa avevano fondato e gestito dal 1946 al 1984 la «School of the Americas»,
la più famigerata scuola di addestramento alla tortura, agli assassini
mirati degli squadroni della morte nei due emisferi. La scuola è stata
poi trasferita a Fort Benning nello stato della Georgia e continua a
formare e sfornare i quadri del terrorismo di stato Usa.
La verità è che violenza e tortura sono americane
come la torta di mele e sono state sempre praticate anche al di fuori di
emergenze belliche, ad esempio in molti dei carceri di sicurezza degli
Stati uniti. Cosa c'è allora di nuovo sotto il sole? C'è, dopo il 9/11,
l'intento di proiettare sullo schermo mondiale un'immagine più ferina e
spietata dell'impero. C'è la finzione sistemica come strumento ossessivo
del potere: il «noi non torturiamo» di Bush e la rivoltante
ridefinizione della tortura del ministro alla giustizia Alberto Gonzales -
«misure coercitive che non compromettano irrimediabilmente l'integrità
fisica dei prigionieri o portino alla loro morte». Ma le sevizie, le
mutilazioni, la riduzione allo stato vegetale di presunti terroristi, la
loro «estinzione» devono pur andare avanti fuori dalla giurisdizione di
qualche antiquato magistrato statunitense; e allora viene consolidata ed
intensificata la procedura delle «extraordinary renditions» volta a
sottoporre i prigionieri a più estreme e letali torture in paesi
satelliti e in basi militari all'estero. Nella sua tournee europea il
segretario di stato Condoleezza Rice si è irritata per le avverse
reazioni della stampa e di qualche governo. Non aveva tutti i torti.
L'Unione Europea aveva dato un esplicito assenso alle «renditions», il
Regno unito,
la Germania
, l'Italia e non solo
la Romania
e
la Polonia
avevano permesso agli aerei della Cia con i loro tristi carichi umani di
fare uso illimitato di aeroporti civili e basi Usa sui loro territori.
Senza negare alcunché la signora Rice ha lasciato cadere qualche battuta
diplomatica, blanda ed evasiva. «Marcia indietro», «Svolta storica
della politica di Washington» hanno titolato i nostri giornali. Pochi
giorni dopo esplode il caso Mohammed Daki, espulso e consegnato dal
ministro Pisanu ai torturatori e ai boia marocchini. Eccellenti i
precedenti: ultimo quello di Binyam Mohammed sottoposto per anni in
Marocco alla tortura dello «strappado», colpito con lame di rasoio al
torace e al pene, sempre alla presenza di un funzionario della Cia. Il
ministro degli interni lo ha fatto applicando l'art. 3 del decreto legge
155 approvato lo scorso luglio in parlamento anche con i voti del centro
sinistra; ha ignorato che lo stesso governo Blair aveva condizionato
analoghe espulsioni a esplicite garanzie dei governi dei paesi di
ricezione sul rispetto dei diritti umani degli espulsi e che
la Camera
dei Lords aveva respinto la validità giuridica di confessioni rese sotto
il sospetto di coercizioni o torture. E' deliberatamente incorso in una
violazione sostanziale degli articoli 26 e 27 della Costituzione; ha
ignorato sentenze della Corte di cassazione come quella sul caso Song
Zhicai o l'altra rafforzata dalla Corte costituzionale sul caso Venezia.
L'espulsione, quindi come estradizione abnorme, come «extraordinary
rendition», in stretta osservanza delle direttive di Washington. Qualche
protesta della sinistra radicale, ma assordante il silenzio dei Prodi, dei
Fassino e Rutelli. Non è forse il caso di impegnarsi nelle prossime
elezioni a sostenere solo quei candidati che condannino esplicitamente
ogni complicità con la tortura e che adottino la formula Zapatero sul
ritiro immediato delle truppe italiane dall'Iraq?
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