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9 aprile 2005 Liberazione
Senza
più limiti la rapina del patrimonio archeologico iracheno
Reperti mesopotamici all’asta su internet. La tardiva denuncia del
museo di Baghdad. I “souvenir” dei soldati americani e dei giornalisti, anche
italiani, ma il traffico più devastante riguarda le grandi opere sumere, assire e babilonesi rubate su mandato dell’antiquariato statunitense e
internazionale. Fondate perplessità sul ruolo di tutela affidato al
governo Berlusconi.
di Lucio Manisco
Il museo nazionale di Baghdad ha scoperto con grande indignazione che
alcuni reperti archeologici iracheni, rubati e di piccoli dimensioni, sono
stati messi all’asta su internet da “eBay” uno dei principali siti
delle
compravendite “on line”. Non è certo una novità perché “Le
Monde” e il
“Guardian” avevano documentato e denunciato il traffico illecito sulle
grandi reti telematiche sin dal gennaio del 2004. Si tratta peraltro di un
ennesima riprova della rapina senza più limiti del patrimonio
archeologico
dell’antica Mesopotamia, rapina che rimarrà incisa a caratteri di fuoco
nella storia dell’umanità anche quando i nomi George Bush e Saddam
Hussein
diverranno annotazioni a margine nelle cronache senza fine dell’infamia
nei
tempi moderni.
L’ultimo campionario offerto con dovizia di fotografie da “eBay”,
aggiornato
dopo la denuncia del museo di Baghdad (la licitazione dura poche ore),
include un sigillo conico babilonese del 2000 a. C. del diametro di 24
millimetri e squisita fattura: presenta l’immagine della “battaglia
celeste” di una divinità alle prese con un demone; sfilano poi le riproduzioni di
una tavoletta cuneiforme del periodo sumero al prezzo di base di 699 dollari,
di un cono cuneiforme reale (111 dollari), di un monile sumero con le teste
congiunte di due gemelli siamesi al prezzo stracciato di 99 centesimi di dollaro e di altri 53 reperti che abbracciano i cinquemila anni della più
antica civiltà mediorientale, sopravvissuta alla devastazione mongola ma
non a quella dei nuovi crociati bushisti.
Dalla denuncia del museo, che ammonisce sulle sanzioni penali di questi furti, si evince un fatto fin troppo noto a chi abbia visitato l’Iraq
dopo i sei giorni di saccheggio indisturbato della capitale dal 7 al 12 aprile
del 2003: tutti questi piccoli reperti venivano offerti per pochi dollari da
ladruncoli locali ai soldati americani e da questi acquistati e riportati
in patria come souvenir di guerra e poi messi in vendita su internet. A
quanto ha dichiarato a Bruxelles il ministro Giordano per la cultura, i
giornalisti occidentali, compresi molti italiani, hanno contribuito alla razzia:
fermati alla frontiera con la Giordania, dalle loro valigie sono uscite dozzine di
reperti analoghi, a volte bronzei e di più grande formato. Alla confisca degli oggetti rubati non è seguita la denunzia e tantomeno la
divulgazione dei nomi dei reprobi, apparentemente per non creare tensioni diplomatiche
con i governi dei paesi di provenienza dei giornalisti.
La commissione e il consiglio europeo, al di là di qualche declamatoria condanna della rapina del secolo, e malgrado le sollecitazioni dell’Unesco,
hanno fatto poco o nulla per ostacolarla o per reprimere il traffico illecito nell’Unione. Per ben sei volte, alla commissione cultura del
parlamento europeo, abbiamo denunziato l’improvvisa esibizione nelle
vetrine degli antiquari del quartiere di Sablon a Bruxelles di cilindri, sigilli
sumeri di terracotta e di frammenti di bassorilievi babilonesi. La commissaria alla cultura Viviane Reading, a cui confronto la nostra
Vincenza Bono Parrino è figura di eccelsa dottrina, non ha manifestato il minimo
interesse per le nostre esternazioni né si è mai degnata di presenziare
alle conferenze sul tema indette dall’Unesco, da archeologi insigni, da enti
universitari e dalle stesse interpol ed europol. La lobby degli antiquari
è indubbiamente molto potente negli ambienti decisionali dell’Unione, soprattutto in Belgio che, grazie a compagnie come la Arthemis, è
diventato uno dei centri più importanti, dopo quello svizzero e britannico, nei
traffici leciti ed illeciti di opere d’arte. E’ altrettanto vero che
il grande antiquariato internazionale si occupa solo marginalmente del commercio “minuto” di piccoli anche se importanti reperti archeologici
iracheni e comunque non ricorrerebbe mai a pratiche dilettantistiche come
le aste della “eBay”.
Ben altri sono gli obiettivi delle operazioni varate, direttamente come mandante o indirettamente con l’offerta di munifiche taglie, alle
squadre di rapinatori specializzati che con dovizia di scavatrici meccaniche
e bulldozers stanno devastando gli strati superiori di diecimila e più siti
archeologici alla ricerca di grandi sculture in marmo e bronzo sepolte in profondità.
In una conferenza internazionale indetta dal ministro Giuliano Urbani a Bruxelles durante l’effimero e costoso semestre italiano un ufficiale
dei carabinieri ha presentato le immagini fotografiche aeree di alcuni di
questi siti, veri e propri paesaggi lunari perforati da buche profonde molti
metri. Delle dimensioni delle opere rubate ed avviate al grande mercato Usa si può
avere un’idea leggendo il comunicato dell’Fbi dello scorso anno;
annunciava il fermo e la confisca nel porto di Napoli di alcuni containers stracolmi
di grandi opere mesopotamiche a bordo di una nave battente bandiera
panamense. Certo, l’Fbi si dà un po’ da fare per bloccare questi traffici
illeciti e per imporre l’osservanza dello “United States National Stolen Property
Act” la legge passata dal congresso dopo la spoliazione delle piramidi Maya.
E’ anche vero che Matthew Bogdanos, colonnello dei marines ma anche uomo di
discreta cultura archeologica e forense, ha fatto del suo meglio in Iraq
per reprimere le devastazioni e i furti, ma dopo meno di cinque mesi dalla sua
nomina è stato richiamato in patria. Le informazioni sul suo caso e sui dettagli di questi infamanti “danni collaterali” inflitti dalla guerra
scatenata dagli Stati Uniti sono stati raccolti da Frederick Mario Fales
in un saggio di grande valore, “Saccheggio in Mesopotamia” edito dalla
Forum. L’autore dedica anche un capitolo al “ruolo dell’Italia, un ruolo di
cui ha fatto gran parlare il ministro dei beni e delle attività culturali
Giuliano Urbani, anche in un libro-intervista dal tono autocelebrativo che reca il
titolo “Un liberale alla cultura”. Il ministro parla della sua iniziativa volta “al salvataggio dei tesori
iracheni in varie parti di quel paese” e poi del riconoscimento dell’Unesco
con l’incarico dato all’Italia di assolvere alle funzioni di paese
guida in questo e in altri settori a rischio del mondo intero. Esautorato da qualsiasi compito diretto di tutela in Iraq dagli Stati Uniti e in grata
memoria della donazione di un milioni di dollari ricevuta l’anno scorso
dal governo Berlusconi, l’Unesco ha effettivamente “formalizzato in un
apposito memorandum” - come ha scritto l’Urbani - l’onore esteso al nostro
paese. L’onore è stato indubbiamente meritato dai cinque-carabinieri-cinque
che hanno cercato con gran coraggio e con pochi mezzi di far fronte alle migliaia di rapinatori locali che operano indisturbati nel paese
(sequestrati 101 reperti e arrestate 19 persone sospette). Un lascito controverso è stato purtroppo lasciato dall’ambasciatore recentemente
deceduto Pietro Cordone che era tornato in Italia dopo un attentato alla
sua vita dei soliti marines: il diplomatico nei primi mesi del suo mandato si
era dedicato su suggerimento del governatore Usa Paul Bremer, alla “debaathificazione” dei vertici museali e culturali del paese; solo in
un secondo tempo si era reso conto dell’entità della catastrofe che aveva
colpito una delle più antiche civiltà del pianeta. Un’assistenza italiana c’è stata, ma non ha riguardato la prevenzione
dei saccheggi o la tutela dei beni, bensì gli aiuti di esperti, archeologi e
restauratori del nostro paese ora costretti ad abbandonare il campo e a proseguire la loro attività dall’estero. Questi aiuti sono stati
magnificati in una inutile quanto lussuosa e dispendiosa pubblicazione a cura del
ministero degli Esteri. Insieme a saggi di alcuni studiosi di valore, l’opera è curata dai soliti berluscones, Pialuisa Bianco, Franco
Frattini e naturalmente Giuliano Urbani: assente il consenso-assenso del
consigliere Salvatore Settis.
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