| 21
giugno 2005 il
manifesto
BUSH
&Co. I PRIMI NODI VENGONO AL PETTINE E
SOTTOVOCE SI PARLA DI IMPEACHMENT di John e
Lucio Manisco Il New York Times nega
che George W. Bush sia già una “anatra zoppa” ma riconosce che la sua
andatura è diventata “claudicante”. Più di trenta congressisti
democratici si riuniscono nei sotterranei del Campidoglio per discutere
dei “verbali segreti di Downing Street” e per la prima volta parlano
sotto voce, molto sottovoce, di “impeachment”. A sedici mesi dalle
elezioni di medio termine la monolitica maggioranza repubblicana nelle due
ali del congresso incomincia a sfaldarsi e la popolarità del Presidente
di guerra scende al 41 %. Le asserzioni del vice presidente Cheney su
una resistenza irachena “agonizzante” vengono puntualmente smentite
dal crescente numero di caduti americani, saliti a 47 nelle prime due
settimane del mese. Un esponente della Commisione Europea convocata alla
Casa Bianca per riferire dei recenti presunti rovesci dell’Unione
confida ad un giornalista inglese che le reazioni del capo
dell’esecutivo, forse per l’assenza di Condoleeza Rice, erano apparse
a tutti più che generiche, incoerenti. E’ forse prematuro
attribuire a sviluppi del genere il significato di un imminente collasso
sistemico del regime neocons al
potere. E’ sicuramente ingiustificata l’eccessiva attenzione prestata
agli sviluppi stessi da quegli osservatori europei amabilmente denominati
“vedove di John Kerry”.Ma le prime, visibili crepe nella muraglia
bushista non possono peraltro essere ignorate anche e soprattutto perché
potrebbero estendersi al fronte atlantista di alcuni governi alleati sul
vecchio continente. Non le ignorano certo i Cheney e i Rumsfeld che hanno
convinto il presidente ad accantonare per il momento la sua ossessiva
attenzione per la riforma pensionistica e per quella fiscale e di
impostare invece tre importanti discorsi alla nazione sulla difesa ad
oltranza delle direttive belliche in Iraq. Non si sa se nel primo di
questi discorsi programmato per sabato farà fronte alle accuse di aver
mentito all’America ed al mondo sulle presunte motivazioni
dell’attacco all’Iraq, accuse non certo nuove ma che hanno trovato
rispondenza fattuale e documentata nei verbali segreti di Downing Street.
Si tratta di sette “minute”, con allegati promemoria, degli incontri
del Primo Ministro britannico Tony Blair con i membri del suo gabinetto
svoltisi dal marzo al luglio 2002, otto e più mesi prima dell’invasione
dell’Iraq. Tutti questi documenti contrassegnati “segreti”,
“strettamente personali”, “per i soli occhi del Regno Unito”,
pongono in evidenza la decisione già raggiunta dall’amministrazione
Bush di attaccare l’Iraq e di abbattere il regime di Saddam Hussein.
Richard Dearlove, allora direttore dello MI6, l’equivalente britannico
della CIA, di ritorno da una missione a Washington, informa i membri del
gabinetto che la guerra preventiva verrà “giustificata dalla
coniugazione dei legami con il terrorismo internazionale e del possesso
iracheno di armi di distruzione di massa.” Il capo degli 007 britannici
asserisce in termini categorici che “da parte americana i dati
dell’intelligence ed i fatti verranno modificati ed aggiustati a tal
fine.” In un vertice nel ranch di Crawford c’era già stata
l’adesione di Tony Blair ai piani del Presidente americano anche se non
erano mancate alcune riserve del primo sulla legalità di un intervento
militare. “Il punto di vista statunitense sulla legge internazionale –
viene osservato in una delle minute – differisce sostanzialmente da
quello del Regno Unito e della comunità mondiale”. Il primo dei sette
documenti è stato rivelato e pubblicato dal Times di Londra il primo
maggio, a quattro giorni dalle elezioni britanniche, ma sono dovute
trascorrere più di sei settimane prima che i maggiori quotidiani
americani riportassero le rivelazioni. Va comunque ricordato che le due
inchieste dei comitati per la intelligence
del senato avevano tratto la conclusione che la Casa Bianca e il Pentagono
erano rimasti vittime di errori e carenze dei servizi di spionaggio degli
Stati uniti. Esattamente il contrario di quanto documentato da verbali,
minute e promemoria di Downing Street. 122 membri del Congresso
guidati da John Conyers, democratico del Michigan e da Nancy Pelosi,
leader democratico alla Camera dei rappresentanti, in una lettera a Gorge
W. Bush gli hanno chiesto di rispondere ai gravi quesiti sollevati da
queste rivelazioni, e la loro iniziativa è stata appoggiata da una
petizione firmata da 553.996 cittadini americani. Quattro senatori e
congressisti repubblicani, inclusi Lincoln Chafee e Lindsay Graham, che
avevano sostenuto a spada tratta la necessità di intervenire
militarmente, hanno firmato ora una proposta di legge che impone
all’amministrazione di ritirare le truppe entro il 31 dicembre.
L’iniziativa non verrà certo coronata da successo ma secondo un altro
senatore repubblicano, Chuck Hagel del Nebraska, essa “costituisce una
frattura di grandi dimensioni nella digha eretta
dall’amministrazione”. La Casa Bianca ha reagito
alla pubblicazione dei documenti sostenendo che in ultima analisi Stati
uniti, Gran Bretagna ed altri paesi avevano fatto ricorso alle Nazioni
Unite. A livello ufficioso poi ha invalidato la veridicità dell’intero
fascicolo, citando a prova che esso non era composto da testi originali ma
era stato trascritto su computer. La contestazione non ha
convinto 32 membri democratici del Congresso che su iniziativa del già
menzionato deputato John Conyers ha indetto il 17 giugno una inchiesta
semiufficiale e pubblica per accertare la verità dei fatti. Le riunioni
per la dichiarata opposizione della maggioranza repubblicana sono state
indette in un seminterrato del Campidoglio e tra i testimoni convocati
hnno figurato l’ex ambasciatore Joe Wilson che aveva rivelato il falso
sugli ordinativi iracheni di uranio in Nigeria, l’analista della CIA Ray
Mcgovern che aveva documentato le pressioni del vice presidente Cheney sui
servizi segreti, ed altri ancora che avevano obiettato alla manipolazione
sistematica di tutti i dati forniti dall’intelligence prima e durante la
guerra in corso. Ed è proprio in questa sede che si è parlato per la
prima volta della possibilità di arrivare allo impeachment, la procedura
di destituzione del capo dell’esecutivo in applicazione dell Art.II,
sezione 4 della Costituzione per i reati di “Tradimento, corruzione, altri
gravi crimini o comportamenti illegali.” |