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22 agosto 2004
Macelleria
irachena e mal d'America
di Lucio Manisco
Dilaga la marea torbida di sangue e
ogniddove viene annegato il rito dell'innocenza; i migliori mancano di
ogni convinzione, mentre i peggiori sono rigonfi di passionale intensità.
Siamo certi che i Negroponte, gli Allawi e gli altri macellai che da
Washington gestiscono il grande mattatoio iracheno non hanno mai letto i
versi di William B. Yeats. Siamo altrettanto certi che si illudono di
poter continuare a far affidamento sull'assuefazione e l'apatia
dell'opinione pubblica occidentale di fronte al ritmo sempre più
accelerato dello spargimento di sangue e delle devastazioni ad alta
tecnologia in un paese che, prima del milione e mezzo di morti provocati
dalle sanzioni e prima dell'aggressione di 17 mesi fa, contava 26 milioni
di abitanti. Quando assuefazione e apatia rischiano di venir meno possono
sempre contare sulla complicità dei mass-media e soprattutto di quegli
intellettuali e uomini politici che in Europa e soprattutto in Italia
agitano all'unisono lo spettro dell'anti-americanismo.
Sarà forse singolare coincidenza o forsanco reazione di tipo pavloviano,
ma il tremendo spettro si è levato dalla fluida prosa di Alberto Ronchey
e di Giuliano Amato sui due maggiori quotidiani nazionali lo stesso giorno
che la macelleria in corso a Najaf ed in altre nove città irachene aveva
superato ogni precedente primato grazie al primo impiego delle "Gunships
C-130" e dei cannoni ad alzo zero montati sui carri armati "Abrahams".
Disdicevole pensare che opinionisti così
illustri possano obbedire alle istruzioni impartite da Washington e da
quell'efficiente macchina per il controllo dei media messa su da Richard
Perle, il cavaliere nero della crociata contro l'Islam; altrettanto
disdicevole prevedere che gli stessi Ronchey e Amato si accingano ora ad
agitare lo spettro collaterale dell'antisemitismo quando lo stato di
Israele porrà in atto il preannunciato attacco contro le centrali
nucleari e la fabbrica di missili "Shibab" in Iran. Riprovevole
invece che questi intellettuali di chiara fama e uomini politici
altrettanto illustri come Prodi e Rutelli, a cui si è aggiunto ora il
neo-presidente della Commissione di Strasburgo, José Manuel Barroso,
oltre ad esaltare ad ogni pie' sospinto la sacralità dei vincoli con gli
Stati Uniti, non menzionino mai la devastante, accanita campagna
anti-europea da questi scatenata negli ultimi decenni quale che sia stata
la denominazione repubblicana o democratica delle amministrazioni a
Washington.
Rimangono queste osservazioni di relativa importanza di fronte alla
torbida marea di sangue che dilaga e tutto e tutti travolge: è giunto il
momento di tracciare una linea sulla sabbia della storia, è giunto il
momento di un salto di qualità nell'opposizione alla guerra: dalla
protesta e dai cortei per la pace si deve passare alla resistenza civile,
agli scioperi, ad esempio, di quei portuali di Livorno, La Spezia e Genova
addetti al carico degli strumenti di morte provenienti da Camp Darby, ad
una mobilitazione di massa che esiga ed imponga il ritiro immediato del
contingente italiano, un contingente che sotto comando anglo-americano
verrà sempre più coinvolto nella macelleria irachena.
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