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09 marzo 2007 H. Clinton
e B. Obama No alla
guerra con molti se e tanti ma di Lucio
Manisco Mancano
un anno e sette mesi al primo martedì di novembre 2008 quando una buona
metà dei cittadini degli Stati Uniti si recherà alle urne per eleggere
il successore di George Bush e l’attenzione prestata dai mass media
italiani ad un evento così lontano nel tempo è a dir poco singolare. Non
era mai accaduto: prima delle primarie di primavera e delle convenzioni
dell’estate nell’anno elettorale era ben raro che un quotidiano o un
telegiornale menzionassero i nomi dei potenziali candidati alla Casa
Bianca: oggi fiumi di inchiostro vengono versati e corposi servizi
televisivi vengono dedicati alla presenza di due di questi candidati alla
commemorazione di un importante evento nella lotta per i diritti civili in
terra d’America. Senza
tornare sul tema della crescente egemonia culturale USA in Europa e nel
mondo, la ragione più immediata sta nel fatto che la campagna elettorale
questa volta si è allungata a dismisura con le prime scese in campo tra
l’ottobre e il novembre 2006. Ma c’è ben altro: la speranza nella
fine di un incubo protrattosi per più di sei anni, con due rovinose
guerre preventive ed una di più breve durata nel Libano che rischiano di
sfociare in un grande conflitto mediorientale coinvolgendo l’intera
Europa. E’ la speranza nella “altramerica” che riemergerà dalle
urne nel novembre del prossimo anno, la cacciata dei “bushevichi”, la
radiosa aurora democratica che squarcerà le tenebre sull’intero
pianeta. “Wishful
thinking”? Un pensare augurale e illusorio? Sembra di sì a giudicare
dai pronunciamenti degli esponenti cosiddetti progressisti e più o meno
filoamericani nel nostro paese che trovano immediato riscontro nei mass
media nazionali. Se è giustificato attendersi tra due anni una correzione
di rotta, una sua inversione a 180 gradi appare altamente improbabile se
non impossibile nella paventata ipotesi di un attacco israeliano e
statunitense all’Iran. Dei candidati che d’altro canto potrebbero
imprimere un nuovo corso alla politica estera e militare degli Stati Uniti
si parla poco o non si parla affatto nel nostro paese perché troppo
“radicali” o comunque predestinati all’insuccesso (a meno che non si
assista come a Saigon agli elicotteri che si levano in volo per l’ultima
volta dal tetto dell’Ambasciata USA a Bagdad). Non si parla di John
Edwards, già candidato alla vice-presidenza con John Kerry, non si parla
di Bill Richardson che si batte da anni per la causa degli immigrati
ispanici, non si parla di Denis Kucinich che votò alla Camera dei
rappresentanti contro il conferimento di pieni poteri di guerra a Bush:
tutti e tre sono per il ritiro immediato delle truppe dall’Irak. Si accentra invece l’attenzione su un’America buona, equa, innovativa, quella rappresentata da una donna, Hillary Clinton e da un afro-americano, Barack Obama perché una presenza femminile o nera in alternativa nell’ufficio ovale della Casa Bianca rappresenterebbero di per se stesse l’avvento della saggezza, della giustizia e della pace nella conduzione della repubblica stellata. Li abbiamo visti separati e poi brevemente insieme alla commemorazione della “Bloody Sunday”, della marcia sul ponte Edmund Pettus a Selma in Alabama che dopo l’intervento bestiale della polizia il 7 marzo 1965 indusse il Presidente Lyndon Johnson a promulgare il “Voting Rights Act” che abrogò i più espliciti e razzisti impedimenti al voto degli afro-americani. La signora Clinton, per la prima volta accanto al marito in questa campagna elettorale, si è impegnata a completare quella marcia, senza peraltro identificarne le tappe più essenziali, la reintroduzione delle quote nelle assunzioni, l’accesso universale alle scuole con i finanziamenti federali, il perseguimento penale dei brogli perpetrati nelle ultime tre elezioni per ostacolare l’accesso alle urne degli afro-americani e così via dicendo. “Posso anche essere il personaggio più famoso – ha detto – ma voi ancora non mi conoscete”. E’ tornata così a proiettare l’immagine di una donna abbastanza forte per guidare gli americani in tempo di guerra e abbastanza tenera per comprenderne bisogni e sofferenze, magnanima nel perdonare le infedeltà – apparentemente tuttora in corso – del marito, ma indipendente e saggia nell’utilizzare la sua popolarità tra i neri del Sud. Obama, detto dai denigratori “il nero dal cuore bianco”, è stato meno eloquente del solito nel proclamare un “noi ci troviamo assisi sulle spalle di quei giganti che marciarono a Selma”, ha cercato di rivendicare la sua legittimità di candidato afro-americano, lui che non discende da schiavi ma è figlio di un nero keniota e di una bianca del Kansas, ricordando che il nonno era stato impiegato tutta la vita come cuoco in una famiglia di bianchi nella colonia britannica e che per tutta la vita era stato chiamato dai padroni di casa “houseboy”: il termine “ragazzo di casa” denota un pregiudizio razzista ma non può essere paragonato alle catene degli schiavi di proprietà degli antenati della madre. Il razzismo rimane comunque radicato nel subconscio dei bianchi d’America e rende improbabile l’ascesa alla Casa Bianca di Barack Obama: è riaffiorato ad esempio nell’equivoco elogio estesogli da un altro candidato “liberal”, Joe Biden: “E’ il primo candidato nero articolato e pulito”, ha dichiarato a febbraio provocando sferzanti commenti da parte di esponenti politici neri come i reverendi Al Sharpton e Jesse Jackson; hanno informato il Biden della loro dimestichezza con bagni e docce e delle etichette dei deodoranti usati. A
ricordare che l’integrazione e l’eguaglianza sono traguardi ancora
lontani nella società statunitense è intervenuto lo stesso giorno delle
commemorazioni di Selma un altro evento grave e significativo: Bruce S.
Gordon è stato sfiduciato e
costretto a dimettersi da presidente della “National Association for the
advancement of Colored People”. Aveva cercato di trasformare in
organizzazione assistenziale l’associazione più gloriosa nella lotta
per l’integrazione razziale dei neri americani. Il suo direttore
operativo, l’intellettuale Julian Bond, ha così motivato
l’allontanamento del Gordon: “Noi vogliamo che la nostra sia
un’organizzazione per la giustizia sociale; lui voleva farne un ente di
servizi sociali. Un ente di questo tipo fa fronte agli effetti della
discriminazione razziale, noi dobbiamo batterci contro le cause, contro la
vera bestia. E’ diventato oggi di moda dire che abbiamo superato la fase
della lotta per i diritti civili. Noi non ci crediamo affatto”. Malgrado
le loro belle parole sembrano crederci sia Barack che Hillary, ma non son
questi gli orientamenti dei due candidati alla Casa Bianca che si prestano
a fondate riserve da parte almeno dei più attenti osservatori europei.
E’ sulla guerra preventiva e senza fine al terrorismo, sul “destino
manifesto” e sull’eccezionalismo della missione imperiale degli Stati
Uniti che le prese di posizione dei due personaggi appaiono quanto mai
ambigue e ben poco discontinue da quelle del presente inquilino di
Pennsylvania Avenue. La Senatrice Clinton ha dichiarato a più riprese di
non dover chiedere scusa per aver votato a favore dei pieni poteri
conferiti al Presidente in carica. Obama non ha votato a favore perché
non era stato ancora eletto al Senato, ma anche prima si era dichiarato
genericamente contrario alla guerra. Poi da senatore e da candidato alla
presidenza ha presentato all’esame della Camera alta un progetto di
legge dal titolo “The Iraq de-escalation bill of 2007” che prevede il
ritiro delle brigate da combattimento statunitensi dell’Iraq entro l’8
marzo 2008”. Tale ritiro – viene spiegato nel testo del provvedimento
– può essere sospeso qualora il Presidente dichiari al Congresso che la
presenza militare USA sia in procinto di ottenere i risultati desiderati.
E Bush può comunque ignorare risoluzioni del genere per altri due anni e
uscire di scena con un finale di fuoco e fiamme wagneriano, da Cavalcata
della Valkirie.
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