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Considerazioni
inattuali n. 20
3 maggio 2010
Vigilia
elettorale in Gran Bretagna
FINZIONI
DEI TRE CANDIDATI
Londra – Non è ancora “The Waste Land”, la terra desolata di T.S. Eliot, ma poco ci manca e anche se ogni paragone con Berlusconia sarebbe assurdo se non osceno qualche analogia tra il degrado delle istituzioni della classe politica del Regno Unito e quello del Bel Paese è proponibile.
Questo
degrado è stato evidenziato dalle ultime battute della campagna
elettorale che con l’adozione del modello statunitense dei dibattiti
televisivi hanno trasformato lo slogan sessantottino dell’immaginazione
al potere in finzione nella gara per il potere, un concorso a tre di
bellezza retorica, vuoto di contenuti, ricco di altisonanti, quanto
irrealizzabili promesse e infarcito come in Italia di populismo e
trasformismo di bassa lega. Sul terreno del populismo il primo dei tre
dibattiti ha visto emergere per la prima volta in più di cento anni la
terza forza del partito liberal-democratico grazie all’esibizione
“cuore in mano” di Nick Glegg, un giovanotto fotogenico e di belle
speranze che all’insegna dell’anti-politica ha assestato un duro colpo
al sistema bipartitico britannico condizionando pesantemente la formazione
del prossimo governo e facendo chiaramente capire di essere pronto a
partecipare a qualsiasi coalizione sia che vincano maggioranze relative i
conservatori o i laburisti, a patto che gli uni o gli altri si impegnino a
sostituire con il proporzionale puro il vigente sistema dei collegi
elettorali che per un secolo ha tenuto lontano il suo partito da qualsiasi
poltrona.
In
quanto a trasformismo il conservatore David Cameron batte di molte misure
gli avversari: ha riverniciato di progressivismo e di grande sensibilità
sociale il partito Tory di Margaret Tatcher, ma non disdegna, soprattutto
per quanto riguarda l’Unione Europea, le posizioni del più reazionario,
parafascista partito minoritario britannico. Il vignettista politico Bell
lo raffigura con un palloncino sgonfio al posto della testa, ma è un
“piacione” che riscuote le simpatie delle “grannies”, delle nonne
e cioè dell’elettorato femminile più anziano.
E’
dato favorito dagli ultimi sondaggi con un previsto numero di parlamentari
di poco inferiore alla maggioranza minima di 326 seggi necessari a formare
un governo. I sondaggi su un esito da “filo di lana”, dove risulterà
decisivo un centinaio di collegi “marginali”, contano poco, ma sono
concordi nel dare per certa la sconfitta dei laburisti di Gordon Brown,
uno dei personaggi più tristi ed anti-telegenici della scena politica del
Regno Unito: vittima di un destino avverso che porta il nome da tutti
esecrato di Tony Blair, vanta sugli avversari grande esperienza economica
per avere occupato per un decennio il posto di cancelliere dello
scacchiere, un’esperienza che gli ha permesso di salvare dalla
catastrofe il sistema bancario nazionale. Privo del minimo sense of humor appare cupo e rassegnato anche quando cerca di
sorridere succhiandosi il labbro inferiore. Fa capire, ma non lo dice, di
non essere il “poodle”, il cagnolino, degli Stati Uniti d’America,
come il suo predecessore, ma continua a sacrificare decine e decine di
vite di soldati britannici (e migliaia di quelle di civili afgani) nella
guerra più dissennata ed impopolare mai combattuta nel dopoguerra dal
Regno Unito. Ha contro quasi tutta la stampa britannica: l’ultima
defezione è stata quella del quotidiano progressista “The Guardian”
che pochi giorni fa con una sorprendente capriola ha sostituito il suo
appoggio critico al leader laburista con un “sostegno entusiastico” al
lib-dem Clegg.
Dei
tre candidati, unanimi nel presentarsi come uomini
del popolo, l’unico a meritarsi in parte la qualifica è Gordon
Brown, figlio di un pastore presbiteriano scozzese; Nick Cleigg è nipote
di una gran duchessa russa che riuscì a mettere in salvo le sue ricchezze
in Francia dopo l’avvento al potere dei bolscevichi (il leader
liberal-democratico è tuttora proprietario di uno chateau con dieci
camere da letto nei pressi di Parigi).
David
Cameron è nato – come si dice in gergo anglosassone – “con un
cucchiaio d’argento in bocca”: è di famiglia non agiata, ma ricca,
molto ricca; ha studiato naturalmente ad Eaton, la scuola che ha formato
da due secoli la classe dirigente più conservatrice del Regno Unito. Come
se non bastasse la sua campagna elettorale è stata finanziata da un
milionario che per evadere il fisco ha scelto da anni una residenza
all’estero.
Come
in Berlusconia anche in Gran Bretagna si è parlato in questa campagna
elettorale di riforma dei pletorici istituti parlamentari: 700 “pari”
non eletti nella Camera dei Lords tra i quali venti vescovi e
seicentocinquanta deputati eletti ai Comuni, un numero di rappresentanti
inferiore solo a quello della Repubblica Popolare Cinese. Un decennio fa
il governo laburista estromise centinaia di Lords ereditari ma non riuscì
a portare a termine la riforma della vetusta istituzione. Sui Comuni grava
l’ignominiosa accusa di corruzione diffusa, perché i deputati che non
si erano mai aumentati gli stipendi hanno fatto la cresta su indennità e
conti spese. Ora hanno restituito il mal tolto ed adottato un più severo
codice etico interno, ma checché ne dica Nick Clegg, non ne vogliono
sapere di riduzione del loro numero o di sistema proporzionale puro.
Pressoché
inesistente invece nel dibattito elettorale l’incubo che incombe sulla
stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, la crisi
economico-finanziaria più grave del dopoguerra, un disavanzo annuale che
ha superato i 163 miliardi di sterline e per chiunque vinca
l’inevitabile necessità di tagliare i servizi sociali, di aumentare le
tasse e di prolungare sine die la recessione. Diffuso il timore in Gran Bretagna che dopo
aver rubato alla Grecia i marmi di Elgin un futuro Governo rubi anche il
suo modello di affamare il popolo per sanare i bilanci.
Il
Tory David Cameron si è limitato a dire che in caso di vittoria affronterà
il problema dei tagli alla spesa non prima di novembre.
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