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CONSIDERAZIONI INATTUALI
N° 11 03 agosto 2009 ALLA
FINE DELLA LUCE NON SI VEDE ANCORA L'INIZIO DEL TUNNEL
di Lucio
Manisco Il 2 luglio u.s. il
"Bureau of Labor Statistic of the U.S. Department of Labor" ha
comunicato che i disoccupati
nel mese di giugno rappresentavano il 9.5% della forza lavoro per un
totale complessivo di 14 milioni e settecentomila che non include quelli
del settore agricolo. Anche se i dati per il mese di luglio verranno
divulgati il 7 agosto è più che probabile un aumento di circa 600.000
unità pari a quello registrato per ogni mese del corrente anno. Sempre
secondo l'ufficio statistico del dipartimento del lavoro dal dicembre
2007, inizio ufficiale della recessione, e cioè in 18 mesi, hanno perso
il lavoro 7 milioni e 200.000 persone con un aumento della disoccupazione
del 4.6%. Dati ufficiali a dir poco
preoccupanti, ma non così allarmanti come quelli reali. Va ricordato che
in un paese come gli Stati Uniti dove lo I.R.S. (Internal Revenew Service,
il sistema federale del fisco) riesce a contare anche i peli della barba
di ogni piccolo e medio contribuente (speculatori, banchieri e grandi
evasori la fanno franca anche se in misura minore che in Italia), il
calcolo statistico della disoccupazione elaborato dal Dipartimento del
Lavoro è così approssimativo per difetto da sottovalutare drasticamente
una realtà ben più drammatica: viene cioè effettuato su un campione
variabile di 200 o 300 gruppi familiari e chi trova lavoro per una sola
settimana risulta occupato per tutto l'anno. L'importante per contare
occupati e disoccupati è un'arbitraria percentuale, alta per i primi e
bassa per i secondi, da cui vengono poi derivati i totali numerici. Il
grande - si fa per dire - sindacato, la AFL e C.I.O., non contesta più la
veridicità dei dati ufficiali; lo fanno i sindacati di settore come gli
U.S. Steel Workers e gli Auto Workers secondo i quali i disoccupati nel
maggio scorso erano più di 18 milioni. Un altro dato non meno
allarmante è stato pubblicato il 2
agosto dal New York Times: entro i prossimi due mesi un milione e
mezzo di senza lavoro di lunga durata perderanno il sussidio di
disoccupazione (1.200 dollari al mese = 850 euro) esteso recentemente dal
Congresso degli Stati Uniti da sei a 20 mesi. Dopodiché saranno alla
fame, sopravvivranno cioè con una "social security" inferiore
ai 200 dollari la settimana, sempre che siano in grado di pagare i
contributi, e di pubblica carità. Ci sono oggi economisti e
statisti di fama mondiale ed universale come Giulio Tremonti e Silvio
Berlusconi che proclamano con esuberante ottimismo la fine della
recessione; ci sono poi economisti e statisti conservatori di mezza tacca,
come Lawrence H. Summers, primo consigliere del Presidente Obama e Timothy
F. Geithner, Ministro del Tesoro USA, ambedue accesi sostenitori fino al
2007 della deregulation, che parlano con estrema cautela di qualche labile
segno di ripresa, di avere evitato che una grave recessione diventasse
"depressione" e "crash" ma ammoniscono (il 2 agosto
sul programma televisivo "Face the Nation" della CBS e su
"This week with George Stephanopoulos" della ABC):
"L'economia non tornerà alla normalità per un bel po' di tempo. I
nostri problemi non sono emersi da un mese o da un anno a questa parte e
non verranno certo risolti in un mese o in un anno." e poi ancora:
"Registriamo qualche segnale di rallentamento della recessione, ma
abbiamo ancora molta strada da percorrere. Dobbiamo convincere gli
americani a riacquistare fiducia.". "Riacquistare
fiducia" vuol dire ridare il via ai consumi e all'indebitamento
privato che un anno fa aveva superato quello pubblico (allora 13.000
miliardi di dollari) e gli americani frodati dai mutui bancari a tasso
variabile, da "subprimes", derivati, titoli
"mondezza", e colpiti o minacciati dalla perdita delle loro
case, non ne vogliono sapere e fanno a pezzi le loro carte di credito. Con crescente seguito e
consensi si fanno sentire invece i cosiddetti "catastrofisti"
che respingono il modello di una ripresa basata su consumi più o meno
sfrenati e per il momento improbabili. Naomi Klein ad esempio sul
"Guardian" del 31 luglio scrive che anche se le migliaia di miliardi di dollari
dei contribuenti elargite a
banchieri e speculatori dovessero rabberciare un sistema capitalistico
basato sulla crescita infinita dei consumi e sulla devastazione definitiva
delle risorse limitate del pianeta, il mondo si avviterebbe in una crisi
peggiore di quella presente e senza più vie di uscita; e conclude che
questo è proprio il modello della signora Sarah Palin, la "pistol
packing mama", che poche settimane prima del crollo di Wall Street
sembrava destinata a diventare vice-presidente degli Stati Uniti. Anche l'aternativa al
ticket McCain-Palin, la presidenza Barak Obama sta perdendo consensi a
destra e a manca nella repubblica stellata per pavidità di impegni
nell'affrontare di petto l'opposizione trogloditica dei repubblicani e
quella dell'ala conservatrice dei democratici. Lo "Obamismo"
(NDR: con la "b" e la "m" e non con due "n")
continua ad andare di moda in alcuni paesi europei, forse perché si pensa
che l'eloquenza possa sopperire ai fatti o perché a Barak viene
attribuito il merito di avere posto fine all'incubo "bushevico"
(con la crisi economica più grave della loro storia gli americani
avrebbero eletto alla presidenza anche Bin Laden). Mala tempora.: è proprio il caso di dire che alla fine della luce non si intravede ancora l'inizio del tunnel. |