di Lucio Manisco


Lo “altramericanismo”
– la credenza in un’America diversa, liberale, progressista, pacifica,
dedita ai diritti civili del “bill of rights”, riemersa sul
palcoscenico elettorale statunitense dopo sette anni di devastazioni
busheviche con le candidature alla presidenza dell’afroamericano Barak
Obama e della signora Hillary Rodham Clinton – è un fenomeno bizzarro,
aberrante ed endemico che in Italia, molto più che in Europa, condiziona
e distorce giudizi e valutazioni su quanto sta avvenendo nel grande impero
d’occidente. La doccia fredda del 5 maggio, il super-duper
Tuesday delle 24 primarie, non ha alterato minimamente questo
strumentale filoamericanismo di ritorno che ha contagiato persino i due
quotidiani della nostra sinistra cosiddetta radicale: la contesa pressoché
paritaria tra Billary (due presidenti al prezzo di uno per la Casa Bianca)
definita impietosamente da Jane Fonda “un portavoce del patriarcato in
vagina e gonnella” e il keniota-americano Obama che non riesce ancora a
raccogliere un consenso se non universale almeno decisamente maggioritario
nel suo elettorato etnico, sarebbe solo un incidente di percorso che verrà
risolto dalle prossime primarie negli stati della Louisiana, Washington,
Virginia, Ohio, Texas e comunque alla vigilia della convenzione
democratica d’estate, magari con un “ticket” unitario per la
Presidenza e la vice-presidenza. Un “ticket” che con configurazione
anche diversa sarebbe destinato
a trionfare sul repubblicano John McCain il quale sui temi della guerra
oggi in Irak e domani contro l’Iran si è meritato a pieno titolo il
nomignolo di nuovo Bush agli
steroidi.
Anche senza questo esito
del voto reale, quello del primo martedì di novembre, gli
“altramericanisti” sono convinti che le candidature di una donna e di
un nero ai vertici della campagna elettorale democratica rappresenti un
cambiamento radicale, una vera e propria rivoluzione copernicana nella
storia, negli orientamenti e nel costume politico degli Stati Uniti
d’America. In apparenza non hanno del tutto torto anche se nella realtà
l’emergere dei due candidati ha assunto tutti gli aspetti di un “freak
event”, di una anomalia del sistema pre-elettorale USA, dei suoi
finanziamenti corporativi plurimiliardari spalmati solo su personaggi
“non alternativi” e dai loro programmi politici ad encefalogramma
piatto: vedi l’eliminazione dei Kucinich e degli Edwards, vedi
l’allineamento più o meno mascherato di Hillary e Obama
all’avventurismo militare e alla guerra permanente al terrorismo del
presente inquilino della Casa Bianca, vedi al di là dell’audacia
della speranza e degli accorati lamenti per le decine di milioni di
poveri, di cittadini privi di assistenza sanitaria, di vittime dei subprime
mortage loans gettate sul lastrico con preavviso di quattordici giorni
– vedi al di là di tutto questo la loro sostanziale adesione
all’iniqua politica fiscale ed al folle indebitamento pubblico
dell’Amministrazione al potere.
Ecco perché appare oggi
ininfluente ogni previsione a breve tempo sui finanziamenti milionari a
cui potrà ancora attingere Obama a differenza di “Billary” e sulla
potenza della macchina elettorale che suo marito metterà in campo in una
“brokered convention”, in una convenzione democratica da mercato delle
vacche;
ben
più allarmante e realistica l’ipotesi del vantaggio che la candidatura
dell’uno o dell’altra o dei due insieme elargirà tra agosto ed
ottobre al repubblicano McCain magari accompagnato per la vice-presidenza
dall’ultraconservatore evangelico Mike Huckabee che crede nella biblica
“rapture” e nel secondo avvento.
E’ un’ipotesi
disdicevole di cui si parla sottovoce o non si parla affatto anche in
campo repubblicano perché smentirebbe clamorosamente sia l’idea di una
“altra america” che quella di un’america sanamente conservatrice e
patriotticamente unitaria nelle sue diversità etniche e religiose.
Purtroppo l’ipotesi parte da realtà sottaciute, a mala pena mimetizzate
dall’ipocrisia del destino
manifesto, e dell’eccezionalità della repubblica stellata e del suo
popolo: sono le realtà del razzismo viscerale e dell’antifemminismo
misogino mai estirpati dalla società americana dai tempi della guerra
civile ai nostri giorni.
Nelle scuole elementari
americane – non in tutte – si insegna che quella guerra civile, da
molti chiamata guerra di secessione, ha posto fine alla schiavitù al
costo di un milione di vite umane, ma ha lasciato un’eredità di
ingiustizia sociale tra gli afro-americani che a livello educativo si
preferisce non specificare e quantificare e contro cui la parte migliore
della società e delle sue istituzioni si starebbe battendo con successo
soprattutto negli ultimi quarantaquattro anni: la disfunzione delle
aggregazioni familiari, una povertà endemica, la sproporzionata
prevalenza di neri nella popolazione carceraria, per citare solo pochi
esempi, sarebbero solo gli effetti di un’inferiorità storica inflitta
da due secoli e mezzo di schiavitù precedenti la guerra civile. Non fa
parte delle conoscenze comuni il fatto che all’abolizione della schiavitù
seguì una sua reintroduzione sotto forme diverse ma non meno esiziali
sotto l’etichetta della cosiddetta “ricostruzione”, dove l’unità
nazionale imposta dal Nord al Sud ebbe assoluta priorità sulla libertà e
i diritti dei neri. Questi ultimi non sono stati solo vittime passive
della discriminazione sociale ed economica esercitata nei loro confronti
con la cultura di Jim Crow e l’uso di apposite leggi destinate a
“tenerli al loro posto”: si sono battuti ed hanno ottenuto importanti
ma insufficienti risultati con il movimento da tempo in declino per i
diritti civili; il razzismo, anche se non dichiarato ad eccezione di
alcuni stati del Sud, rimane una corrente sotterranea quanto mai impetuosa
nella società americana. Scrive James
Carroll sul “Boston Globe” che la stessa convinzione sulla
giustezza delle stragi di massa in nome di criteri astratti come la difesa
della libertà nel mondo non nasce dalla guerra di indipendenza contro il
giogo britannico ma dalla guerra civile in cui il massacro di centinaia di
migliaia di individui venne giustificata dall’impegno nei confronti di
un’uguaglianza razziale che non esisteva nei propositi di chi la
sbandierava ai quattro venti. Barak Obama ha un ben parlare del grande
cambiamento operato dalla sua candidatura, ma non c’è alcun cambiamento
reale nel razzismo della psiche nazionale o nelle direttive politiche
perseguite dalle istituzioni di Washington dai tempi di Reagan ai nostri
giorni. I dissensi sulla legittimità della sua candidatura vengono
disseminati a piene mani da repubblicani e democratici di destra e da
buona parte della stampa cosiddetta ben pensante tra la sua stessa etnia:
Obama sarebbe un afro-americano “bianco”, il padre keniota appartiene
alla tribù Luo, la stessa di Raila Odinga, il leader dell’opposizione
che ha scatenato la guerra civile, la madre bianca ha antenati che erano
dichiaratamente schiavisti.
Pregiudizi analoghi
colpiscono Hillary Rodham Clinton che femminista certamente non è:
assicura così i suoi avversari più o meno maschilisti che sarà lei a
portare i pantaloni alla Casa Bianca (a Bill Clinton verranno riservati
tutù e scarpette rosse?); e le repliche sono malevole: scoppierà in
lacrime davanti al Presidente Nordcoreano Kim Jong-il? Perché la sua
ambiguità sull’aborto? E perché mai anche le donne d’America sono
divise sulle sue capacità di governare la nazione? Antifemminismo e
misoginia sono presenti oggi come quando venne concesso il diritto di voto
all’altra metà del cielo, ben sessanta anni dopo lo stesso diritto
elargito ai neri d’America.
L’ex inquilino dello
Hanoi Hilton e quindi eroe della guerra d’aggressione al Vietnam, John
McCain non ricorderà certo ad Hillary di aver votato a favore
dell’altra guerra di aggressione contro l’Irak ma non potrà fare a
meno di appellarsi discretamente a un
antifemminismo
secolare nella vera e propria campagna elettorale qualora la signora
Rodham dovesse emergere vincitrice dalla convenzione democratica della
prossima estate, così come più dichiaratamente disputerà la eventuale
presenza di due presidenti alla Casa Bianca. Senza poi menzionare, per
quanto riguarda Obama il fallimento dello “endorsement kennediano” nel
Massachussets ed in altri stati dell’Unione.
Per tutti questi motivi
non è affatto da escludere una vittoria a sorpresa dei repubblicani il
prossimo novembre, una vittoria attribuibile anche alla “default”,
alla carenza programmatica del partito democratico, di rado contestata dai
mass media americani.
Mentre tra guerra in corso
e guerre programmate, una recessione economica che fa scricchiolare
l’intero sistema bancario occidentale, la disoccupazione che cresce su
tutte e due le sponde dell’atlantico, una crisi petrolifera
all’insegna della speculazione che potrebbe portare il prezzo del
greggio a 200 dollari il barile, si delinea una “perfect storm”, una
tempesta perfetta che neppure il capitalismo assoluto della globalizzazione potrebbe riuscire a
controllare: i quesiti posti ai candidati repubblicani e democratici sono
altrettanto generici ed evasivi dei loro programmi politici.
Per non parlare poi del
nostro sventurato paese dove nessun operatore dell’informazione si sogna
di porre ai Veltroni o ai Berlusconi e agli altri grigi epigoni di una
sinistra allo sfascio quali siano le loro intenzioni per far fronte ad
un’emergenza del genere: l’Italia “farà la sua parte” nella
guerra all’Iran prevista per il maggio prossimo venturo? I nostri alti
comandi militari hanno approntato piani per l’evacuazione delle nostre
“forze di pace” dall’Afganistan e dal Libano? Il presente e futuro
governo stanno provvedendo ad un aumento delle nostre riserve strategiche
di greggio e dei suoi derivati? Appoggerà il nostro paese la candidatura
di Tony Blair alla Presidenza Europea, tappa finale del controllo
statunitense sui vaghi conati di autonomia del vecchio continente?
Ahimè, ci rimangono solo
gli “altramericanisti” che fanno affidamento come ultima spes su un’America clintoniana o obamiana.