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I26 gennaio 2007 L’ITALIA IN AFGANISTAN: DISCESA
ALL’INFERNO DI UNA GRANDE GUERRA MEDIORIENTALE. NEL DISCORSO SULLO STATO DELL’UNIONE BUSH HA IDENTIFICATO 5 VOLTE NELL’IRAN LA CAUSA PRIMARIA DELLA CRISI IN M. E.. IL PENTAGONO PREPARA LA SOLUZIONE FINALE: MASSICCI BOMBARDAMENTI AERONAVALI COORDINATI CON ISRAELE CONTRO GLI IMPIANTI NUCLEARI E LE INFRASTRUTTURE DI TEHERAN. POVERO E FUORVIANTE IL DIBATTITO SUL RIFINANZIAMENTO DELLA NOSTRA MISSIONE A KABUL.
“L’America
è una nazione in guerra: assistiamo ad una escalation
della minaccia degli estremisti sciti, molti dei quali, come è noto,
eseguono gli ordini impartiti dall’Iran che finanzia ed arma gli
Hezbollah, secondi solo ad Al Qaeda nell’assassinare cittadini
americani…. I radicali sciti che hanno attaccato la moschea di Samarra
hanno ricevuto l’appoggio iraniano… I terroristi Hezbollah con
l’appoggio della Siria e dell’Iran seminano conflitti nella regione…
La direttiva fondamentale di questo governo è di impiegare ogni mezzo
legale ed appropriato della intelligence,
della diplomazia, dell’osservanza della legge e degli interventi
militari per assolvere il nostro dovere, localizzare questi nemici e
proteggere il popolo americano… Se dovessimo fallire in questo compito
potremo attenderci una battaglia di dimensioni epiche tra gli estremisti
sciti sostenuti dall’Iran e i sunniti sostenuti da Al Qaeda… Stiamo
operando con la Giordania, la Arabia Saudita, l’Egitto e gli stati del
Golfo per incrementare il loro sostegno al governo iracheno…. Va
ricordato che le Nazioni Unite hanno già imposto sanzioni
all’Iran…” Così
il presidente Bush nel messaggio sullo stato dell’unione ha identificato
per ben cinque volte nell’Iran la causa primaria dei conflitti passati,
presenti e futuri in medioriente. Dichiarazioni
non meno minacciose sono state rilasciate, dopo l’altro discorso di
George Bush del 10 gennaio sull’invio di altri 21.500 soldati in Iraq,
dal segretario alla difesa Robert Gates, dal segretario di stato
Condoleeza Rice, dall’ammiraglio William J. Fallon, che ha assunto il
comando di due imponenti squadroni navali fatti affluire nel Golfo
Persico, e di altri alti esponenti dell’amministrazione. Sarebbero così
confermate le rivelazioni del giornalista Seymour Hersh sui preparativi
statunitensi ed israeliani di massicci bombardamenti aeronavali con mezzi
convenzionali e non convenzionali sugli impianti nucleari e sulle infrastrutture
militari e civili di Teheran. L’Iran come soluzione finale nell’ambito
di una grande guerra mediorientale che vedrebbe coinvolti oltre ai paesi
su menzionati quelli europei già presenti con contingenti militari in
questo settore mondiale. Una
prospettiva allarmante che ha trovato espressione nelle analisi non solo
di pacifisti come Daniel Ellsberg (“The pentagon papers”) sul mensile
Harper’s, ma anche negli editoriali di importanti quotidiani
statunitensi. Una
prospettiva che risulta peraltro assente nel povero e fuorviante dibattito
in corso in Italia sul rifinanziamento della nostra missione in Afganistan. Il
ministro alla difesa Parisi, che richiama alla memoria l’altro ministro
allora alla guerra Stanislao Macenni per
il suo rifiuto di intavolare discussioni
con pacifisti imbelli e
non esperti in questioni militari, alla stregua dei suoi colleghi di
governo non ammette di parlare di una exit
strategy. Dovrebbe invece studiare dei piani di evacuazione dei nostri
1930 militari in Afganistan dopo averli privati di copertura aerea non
inviando i bombardieri AMX. Questo mentre le offensive dei Talebani si
sono intensificate per la prima volta nel periodo invernale e secondo le
previsioni degli alti comandi e del segretario generale della Nato Jaap de
Hoop Scheffer assumeranno tutti gli aspetti di una insurrezione generale
all’inizio della primavera. Facile immaginare cosa accadrà se una
grande guerra mediorientale alimenterà ulteriormente l’incendio afgano. Il
presidente del consiglio Romano Prodi per andare incontro alle istanze
della sinistra parlamentare pensa di aggiungere funzioni civili alla
nostra missione militare: si è parlato anche di inviare qualche reparto
della Guardia di finanza per combattere la diffusione delle culture di
papaveri da oppio e si è dimenticata la disdicevole battuta che circolò
due anni fa sul ruolo del nostro contingente in Afganistan: “E’
l’afgano che traccia il solco ma è l’alpino che lo difende”.
Vengono ribaditi gli impegni nell’ambito Nato, ma non viene mai spiegato
come, quando e da chi tali impegni siano stati assunti, perché siano
stati evitati, almeno per quanto riguarda forze terrestri, da altri paesi
del patto atlantico e se abbiano costituito una compensazione
per il ritiro delle nostre truppe dall’Iraq deciso dal governo
Berlusconi ed osservato anche nelle sue scadenze dal governo Prodi. Il
ministro degli esteri D’Alema ha sostenuto la necessità di difendere il
prestigio internazionale delle nostre forze armate, ma se tale prestigio
esiste esso non emerge dagli sprezzanti commenti dell’ex segretario
americano alla difesa Rumsfeld ovvero dalle aspre rampogne indirizzate al
nostro ministro della difesa da due conferenze NATO per le limitazioni
imposte alle regole di ingaggio e ai trasferimenti dei nostri reparti
sulla linea del fuoco nel sud del paese. Auguriamoci solo che questa
discesa all’inferno non ci riservi altri momenti di cordoglio nazionale
tali da impedire, secondo i vaniloqui della destra, qualsiasi razionale
dibattito sull’impiego delle nostre forze armate in paesi lontani e
privi del minimo interesse economico, politico o strategico per
l’Italia.
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