Da "Il giornale comunista dei lavoratori" - dicembre 2009

OBAMA:
PROMESSE MANCATE,
GRANDE DELUSIONE
MA TANTA ELOQUENZA

di Lucio Manisco

 

Premesso che:

chiunque critichi Barak Obama ad un anno dalla sua elezione alla presidenza degli Stati Uniti

a)      si schiera de facto con Sarah Palin, probabile presidentessa USA nel 2012, con Rush Limbaugh e con tutti gli altri ultras della peggiore destra fondamentalista americana

b)      è un razzista più o meno mascherato

c)      è affetto da viscerale antiamericanismo veterocomunista

d)      promuove i programmi bellico-nucleari di Ahmadinejad, la distruzione dello stato di Israele, il ritorno al potere dei Talebani in Afganistan, la vittoria degli stessi in Pakistan con l’acquisizione della bomba atomica da parte di Bin Laden, il trionfo del terrorismo internazionale e il crollo istantaneo ed ultimativo dell’economia occidentale, cinese, russa, indiana, di Dubai e dintorni, proprio mentre la stessa economia è in rigogliosa ripresa nel mondo intero come sostiene nell’ultima provincia dell’impero Silvio Berlusconi…

Constatato che:

quanto sopra riassume dozzine di messaggi e-mail ricevuti negli ultimi mesi, l’ultimo in data 28 novembre a firma Gabriele Villone;

ci potremmo sentire perversamente lusingati da questa sproporzionata ed assurda attribuzione di importanza se molti dei messaggi non fossero di evidente fattura seriale, indirizzati cioè a molti altri giornalisti e osservatori della scena internazionale, di sinistra o di destra e comunque immuni all’ossessione obamista (n.d.r.: con la “b” e la “m” e non con due “n”);

Si deduce che :

è impellente la necessità di replicare, soprattutto nell’Italia di Berlusconi, ai messaggi su citati, non tanto per il loro carattere diffamatorio, quanto perché ripropongono in termini più suasivi e meno bushevichi un modello americano dall’invariato contenuto antisociale, antioperaio, bellicista e devastatore dell’ambiente;

l’urgenza di risposte fattuali – mentre scriviamo queste note a fine novembre – è dettata dalle celebrazioni e dagli eventi che si propongono di rilanciare nei prossimi giorni lo stesso modello più che usurato dai mesti trascorsi della presidenza Obama.

Incominciamo dall’enunciazione di una nuova strategia dell’intervento militare statunitense ed europeo in Afganistan. Le anticipazioni indicano l’intento del capo dell’Esecutivo di aumentare di 34.000 uomini il contingente statunitense, di chiedere un ulteriore contributo di 8.000 soldati agli alleati, di delineare una scadenza temporale approssimativa delle operazioni belliche contro l’insorgenza della popolazione Pashtuni – etichettata Talebana – e di condizionarla all’addestramento di un’efficiente forza armata nazionale afgana, alla lotta alla corruzione del regime Karzai, alimentata dalla più alta produzione di oppio del mondo intero ed a piani multimiliardari di ricostruzione del paese. Una “exit strategy” articolata su formule di compromesso tra la richiesta del generale Stan McChristal di altri 50.000 militari USA più 20.000 europei e quella di diversi generali britannici, canadesi e dello stesso Pentagono secondo i quali il ritiro dell’intero contingente interalleato forte di 125.000 uomini dovrebbe avvenire entro quattro o cinque mesi perché la sconfitta è ormai inevitabile e si potrebbe tutt’al  più rinviarla con l’allestimento di basi fortificate in zone desertiche (come sta accadendo in Iraq con la prolungata presenza di 50.000 militari statunitensi e di un’imponente armada aeronavale).

Le cosiddette formule di compromesso di Barak Obama, aleatorie e dilatorie, sono dettate dalle pressioni dell’opinione pubblica che non possono essere azzerate dalla semplice presenza del presidente al rimpatrio delle salme dei caduti a Dover, da un dibattito che divampa ormai sui mass media più moderati e sul fronte opposto dalle accuse di tradimento lanciate ogni giorno dalla Fox News e dall’estrema destra repubblicana. Nella realtà la exit strategy è basata su presupposti e finalità irrealizzabili: Karzai, rieletto con una consultazione popolare farsesca e fraudolenta, per combattere la corruzione dovrebbe far fucilare il fratello che controlla sia la produzione dell’oppio che l’alterno appoggio dei vari “warlords” nel nord e nel sud del paese. L’allestimento di forze armate nazionali – cioè anti-nazionali – è un mito definitivamente dissipato più di venti anni fa dall’amara esperienza dell’Unione Sovietica; una relativa e temporanea sicurezza del territorio fuori dalla capitale Kabul richiederebbe la presenza di forze straniere di occupazione di almeno 500.000 uomini come avvenne per l’appunto in Vietnam con l’esito a tutti noto, un aumento esponenziale delle stragi di civili, ingenti perdite di uomini nel dispositivo statunitense ed europeo ed un impegno finanziario incompatibile con la crisi economica più grave degli ultimi ottanta anni. E poi in un Pakistan armato con più di cento ordigni nucleari si sta aprendo il baratro di un’insurrezione guidata dal fondamentalismo islamico, un baratro esplorato e documentato dal solito Seymour Hersh nell’inchiesta pubblicata dal “New Yorker”, del 16 novembre u.s.

Di tutto questo in Italia non si parla affatto; non se ne parla sui mass media e tanto meno nella Commissione Difesa del Parlamento. Cioè, ne ha parlato con un breve annunzio il Presidente del Consiglio che dopo una chiamata dalla Casa Bianca ha detto che il nostro contingente in Afganistan verrà aumentato senza precisare di quanti uomini oltre ai circa tremila già in loco. Insoddisfatto il proconsole USA a Roma, il nuovo ambasciatore David Thorne il quale ha dichiarato a Sky TG24: “Ci aspettiamo parecchie truppe in Afganistan dall’Italia”.

Il ministro della difesa Ignazio La Russa e gli altri esponenti governativi le cui sembianze richiamano le maschere della commedia plautina – Miles Gloriosus, Truculentus, Pseudolus, Trinummus, Toxilus e via dicendo – ripetono che “l’Italia farà la sua parte” e quando torneranno altre bare (“dulce et decorum est pro mutuo mori”) proclameranno di nuovo che il “cordoglio deve prevalere su ogni polemica”. A differenza di colleghi e generali tedeschi che per molto meno si dimettono e di quelli britannici che definiscono “marziani” i comandanti statunitensi in Afganistan.

Nel nostro paese perdura così un obamismo ossequioso e di maniera insieme ad un modello americano diverso nella forma, ma simile nella sostanza a quello di Bush & Co.: Barak è il presidente della pace che si batte per la salvezza ambientale del pianeta. Ne parla alla conferenza di Copenhagen il primo giorno, non nelle battute conclusive quando la sua presenza avrebbe potuto contribuire ad evitare il fallimento del convegno internazionale: ribadisce con l’eloquenza che lo ha reso famoso l’impegno degli Stati Uniti a ridurre le emissioni di anidride carbonica del 17% sui livelli del 2005 ed entro il 2020, in realtà del 4% su quelli fissati tre lustri fa dalla convenzione di Kyoto e poi ignorati da tutti i paesi. Un impegno che probabilmente verrà bocciato dal Senato e disconosciuto da chi gli succederà alla Casa Bianca. Il giorno dopo Copenhagen la sua eloquenza raggiunge ad Oslo gli apici lincolniani del discorso di Gettysburg quando riceve il Nobel per la pace, un Nobel alle intenzioni, tutt’oggi clamorosamente smentite dalla sua azione di governo. Cosa è accaduto dopo la mano tesa all’Islam nel discorso del Cairo? Che cosa ha fatto seguito alla richiesta al governo israeliano di congelare gli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme come premessa essenziale di un negoziato di pace con la nazione palestinese? Ha forse intimato, sulla falsariga di Reagan con Gorbachev a Berlino: “Mister Netanyahu, abbatti questo muro”? Nulla di tutto questo, anzi l’esatto contrario: più truppe e più micidiali U.A.V., droni da bombardamento, in Afganistan e in Pakistan. Alle Nazioni Unite il suo ambasciatore vota contro la risoluzione di condanna di Israele per le stragi al fosforo bianco di Gaza estesa ad Hamas per il lancio di qualche razzo artigianale e per fortuna inefficace sui territori occupati. Disattesa la promessa di chiudere entro l’anno il lager di Guantanamo e licenziato Gregory Craig, il consigliere alla Casa Bianca che insisteva per la sua chiusura. Pieno corso alle renditions, le consegne alle torture dei prigionieri in paesi “amici”, semplicemente dirottate sulla base di Bagram e in altre galere afgane e irakene. Non firma neppure la convenzione internazionale che mette al bando le mine anti-uomo e per quanto riguarda la decantata riforma della sanità (50 milioni di americani privi di qualsiasi assistenza medica) esalta la vittoria ottenuta alla Camera dei rappresentanti che ha accettato solo di discutere un suo programma più limitato in cui il promesso sistema pubblico di assistenza sanitaria viene sostituito con l’acquisto obbligatorio di polizze assicurative private.

Intendiamoci bene: la scelta da parte dell’elettorato statunitense di un presidente afroamericano rappresenta una svolta straordinaria nella storia della repubblica stellata, ma ora che i suoi consensi popolari sono scesi al di sotto del 50% per via di una disoccupazione salita in 12 mesi a 28 milioni (i senza tetto nella sola Los Angeles sono più di 100.000) è comprensibile il disappunto dell’opinione pubblica per le promesse non mantenute.

E’ anche vero che noi italiani “sputtanati” all’estero da Barlusconi faremmo meglio a tacere o almeno a proporre come alternativa riparatrice il calciatore Mario Balotelli alla Presidenza del Consiglio e a quello della Repubblica.