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4 aprile 2007 LA FINTA OPPOSIZIONE
DEL CONGRESSO ALLA GUERRA DI BUSH di
Lucio Manisco Con
il voto della Camera dei Rappresentanti del 23 marzo e con quello del
Senato quattro giorni dopo il Congresso degli Stati Uniti a maggioranza
democratica avrebbe imposto al presidente George Bush il ritiro delle
truppe dall’Iraq e dintorni entro il 2008 e questo ritiro sarebbe stato
la conditio sine qua non per concedere al Capo dell’Esecutivo i 124
miliardi di dollari da lui destinati al finanziamento dell’invio di
altri 21.500 o 31.000 militari a Bagdad e Anbar. Secondo quanto riferito
dai corrispondenti dei maggiori quotidiani italiani negli Usa si sarebbe
trattato di una svolta decisiva, di una “stimmungsbrechung”, di una
rottura, di un cambiamento radicale dalla guerra alla pace negli umori
dell’opinione pubblica e dei suoi rappresentanti che il presidente,
malgrado le minacce di veto, non potrà ignorare. Il
problema dei corrispondenti italiani nella repubblica stellata è che non
leggono i testi delle risoluzioni delle due camere, gli atti del
Congresso, le dichiarazioni dei maggiori esponenti democratici. Se lo
avessero fatto avrebbero riferito che la Camera dei Rappresentanti ha
approvato lo stanziamento dei 124 miliardi e che la scadenza indicata per
il ritiro parziale delle truppe – il 1° settembre 2008 – potrà
essere evitata dal Capo dell’Esecutivo con una semplice informativa al
Congresso sui progressi registrati entro i prossimi 17 mesi e sulla
necessità di stanziare altri fondi necessari a prolungare l’occupazione
dell’Iraq. E’ stata la stessa Nancy Pelosi, nuova leader democratica
della Camera, a fornire ulteriori chiarimenti sui compiti delle forze USA
da “ridislocare” in Iraq qualora Bush dovesse accogliere la scadenza
indicata: “Potranno essere impiegate solo per operazioni
anti-terrorismo, per l’addestramento dell’esercito irakeno e per la
protezione del personale diplomatico”. Più o meno gli stessi compiti
menzionati da Bush il 10 gennaio quando decise di inviare altre truppe. Più
generica e ancor meno vincolante la scadenza del marzo 2008 indicata dal
Senato per “ridislocare” il corpo di spedizione a rifinanziamento
avvenuto del suo incremento numerico. Il capo gruppo democratico della
Camera alta, Senatore Harry Reid, ha assicurato che i soldati non verranno
comunque rimpatriati ma trasferiti in Afganistan “per combattere Al
Qaeda”. Il Senatore Joe Biden candidato alle presidenziali è stato più
specifico: “La data del marzo 2008 è solo l’identificazione di un
traguardo: spetterà ai comandanti sul campo decidere tra un anno se quel
traguardo è stato o può essere raggiunto”. Particolarmente
interessante sempre nello stesso contesto dare un’occhiata agli atti del
Congresso concernenti le voci del bilancio della difesa che senza lo
stanziamento suppletivo di 134 miliardi ammontava già a circa 500
miliardi di dollari: decine e decine di miliardi verranno spesi per
completare l’allestimento di 14 grandi basi in Iraq e il potenziamento
della “Green Zone” nella capitale che oltre ad ospitare l’ambasciata
USA più grande del mondo difenderà i ministeri irakeni e
dozzine di compagnie paramilitari USA. Quattro delle basi, con
piste di atterraggio lunghe quattro e cinque miglia per bombardieri
strategici, occupano aree di 25 chilometri quadrati: su quella di Anaconda
stanno per essere ultimate abitazioni per 21.000 soldati, quella di Camp
Taji disporrà di una metropolitana, di catene di Mc Donald, Burger King e
Pizza Hut; un immenso lago artificiale circonderà Camp Victory con
abitazioni per 14.000 militari, alberghi e sale di conferenze in cemento
armato. Tutte le basi ad eccezione della “Green Zone” sono dislocate
in località lontane dai centri abitati perché si è appresa a caro
prezzo la lezione di Ho Chi Minh: “Gli americani possono essere
combattuti solo da vicino, afferrandoli per la cintura”. Nessuna
exit strategy dunque, bensì gli
allarmanti preparativi di una grande guerra mediorientale ed al tempo
stesso il tentativo di facciata di un Congresso a maggioranza democratica
di andare incontro all’insoddisfazione dell’opinione pubblica per un
conflitto sanguinoso e dissennato e preparare così la rivincita sui
repubblicani nelle elezioni presidenziali del prossimo anno.
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