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4 aprile 2005 il
manifesto
FALLUJA:
GUERNICA IRACHENA di John
Manisco e Lucio Manisco Il generale di brigata
dei marines John Sattler, meglio noto tra Sciti e Sunniti moderati come
“il macellaio di Falluja”, ha manifestato grande soddisfazione per il
successo della sua missione. Riecheggiando l’infausto annuncio del
Maresciallo di Francia Horace Bastioni, “la tranquillitè règne a
Varsovie”, ha dichiarato a Wolf Blitzer della CNN: “Oggi Falluja è
uno dei luoghi più sicuri dell’intero Iraq.” Ha aggiunto alcuni dati
a riprova: 2000 gli insorti uccisi e 100.000 dei 300.000 abitanti
rientrati nelle loro abitazioni. Quanto siano “sicuri”
la città e qualsiasi altro centro del paese è dimostrato dal fatto che
l’intervista alla vigilia del richiamo in patria del generale è stata
effettuata dal Blitzer ben lontano dal teatro di guerra,e cioè a Kuwait
City; tutti gli altri dati sono stati peraltro contestati dalla Croce
Rossa Internazionale, dal “Red Crescent”, dall’alto funzionario
della Sanità irachena Dr. Khalid ash Shaykhli, da Reporters sans
Frontieres, da Human Rights Watch e persino da quegli enti internazionali
più o meno allineati sulle posizioni dell’amministrazione Rumsfeld-Bush.
I pochi testimoni oculari che sono riusciti a penetrare la cortina di
ferro eretta dalle forze di occupazione intorno alla città hanno
presentato una immagine terrificante delle devastazioni e dei massacri
perpetrati a Falluja dai marines. Ferrea la censura imposta dalle autorità
americane e caro il prezzo pagato direttamente o indirettamente da quei
giornalisti non “embedded” che hanno cercato di intervistare i
profughi e di far affiorare con altri mezzi la verità su quanto accaduto
dal novembre scorso al marzo di quest’anno: i casi più
noti sono quelli di Giuliana
Sgrena, Florence Aubenas, Hussein Hanoun , un cameraman
iracheno della CBS arrestato a Mosul, il giornalista della rete Al-Arabya
Wael Issam anche lui arrestato all’aeroporto di Baghdad perché trovato
in possesso di alcuni filmati amatoriali girati tra le rovine di Falluja,
e molti altri ancora espulsi con fittizie motivazioni dall’Iraq. Il
tutto nel quadro a più fosche tinte dei 14 operatori dell’informazione
ammazzati dai militari Usa negli ultimi 18 mesi. Le esclusioni e le
rappresaglie contro i testimoni indesiderati sono state accompagnate da
restrizioni altrettanto severe sui profughi riammessi nella città: 20
mila circa, e non i 100 mila di cui ha parlato il generale dei marines,
tutti soggetti a identificazioni bio-metriche, foto segnaletiche, impronte
digitali e a severe limitazioni dei loro movimenti. Proibito anche il
ritorno a quegli abitanti della città nati altrove. Un “blackout” totale
dunque, perché il mondo non deve sapere di quali nefandezze si sono
macchiate le forze occupanti, anche se il Pentagono non è riuscito a
sopprimere tutte le testimonianze: come quella resa dal su menzionato Dr.
Khalid ash Shaykhli, dirigente della sanità irachena e quindi non
sospetta fonte governativa, che in una conferenza stampa del 16 marzo,
trasmessa in diretta da Al-Jazeera e ignorata da tutti i giornalisti
occidentali presenti, ha testualmente dichiarato: “Le indagini condotte
da una mia squadra di medici hanno provato che le forze di occupazione
hanno fatto ricorso a sostanze messe al bando dalla comunità
internazionale come l’iprite, il gas nervino e il napalm”. L’impiego
di queste armi di distruzione di massa è stato accompagnato, prima ancora
dell’offensiva scatenata dai carri armati Abrams in dotazione a 10 mila
marines, da tre mesi di intensi bombardamenti aerei con F-16 e elicotteri
da combattimento. I conti, quelli del
generale John Sattler, non tornano affatto: ai 2000 cosidetti insorti
uccisi devono aggiungersi altre migliaia di civili periti sotto il fuoco
americano; se è poi fosse vero che il numero dei profughi riammessi nella
città devastata è di 100.000, che fine hano fatto gli altri 200.000?
Secondo il “Red Crescent” ed altre organizzazioni umanitarie che
operano sul campo sono poco più di 100.000 quelli rintracciati nelle
tendopoli di Baghdad e dintorni. Calcolando che ammontino a 40 o 50 mila
quelli dispersi in case di parenti o amici nell’intero Iraq, ne mancano
all’appello altri 50.000. Johnathan Steele e Dahr
Jamail hanno scritto sul britannico Guardian che “Falluja è la nostra
Guernica”. Una analogia approssimativa per difetto perché
statisticamente inesatta: il 26 aprile 1937 il bombardamento
“sperimentale”degli aerei tedeschi della legione “Condor” uccise
circa 1.500 civili nella cittadina spagnola e tutto induce a credere che
l’eccidio protratto e ad alta tecnologia di Falluja abbia mietuto un
numero ben più elevato di vittime. Nella storia senza fine della umana
barbarie Coventry e Dresda potrebbero fornire paragoni più calzanti. Troppo
facile ma non meno calzante la citazione di Cornelio Tacito: “Li dove
fanno un deserto lo chiamano pace”.
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