24 Gennaio 2001

SENZA DIRITTO

ERSILIA SALVATO

Neanche la lucida e claustrofobica fantasia letteraria di Franz Kafka avrebbe potuto partorire una simile evoluzione della vicenda umana e giuridica di Silvia Baraldini. Non bastavano quasi vent'anni di carcere duro negli Stati uniti, senza aver torto un capello a nessuno; non bastava il ritorno in Italia grazie a un accordo capestro che le vieta diritti e opportunità garantiti a chiunque - a parità di reati e di pena inflitta - sia detenuto in Italia; non bastavano la morte della sorella, le gravi condizioni di salute della madre e il nuovo tumore che la costringe in una stanza d'ospedale piantonata da sei agenti di polizia penitenziaria; doveva pure arrivare la beffa della grazia concessa da Bill Clinton alle sue coimputate d'un tempo, riconosciute responsabili di azioni anche più gravi di quelle che a Silvia furono contestate. Lei ne sarebbe stata esclusa, si dice, perché ormai sottoposta alla giurisdizione italiana, quella giurisdizione che poco più di un mese fa ha rimesso alla Corte costituzionale la decisione sulla possibilità di sospenderle la pena per motivi di salute perché si sente vincolata all'accordo stipulato a suo tempo tra i governi italiano e statunitense.

Come in un gioco di scatole cinesi, si infittisce la trama dei rimandi e dei condizionamenti. Il Ministro della giustizia pare che stia acquisendo gli elementi per una interpretazione autentica delle ultime decisioni presidenziali di Clinton. Ne potrebbe risultare che gli stessi Stati uniti d'America non ritengano più vincolante l'accordo sottoscritto a suo tempo con il Governo italiano (decaduto di fatto, si sarebbe detto in altri tempi, per altre cose). Se così fosse Silvia non avrebbe più motivo di subire la dura detenzione che le tocca in esecuzione di quegli accordi. Altrimenti toccherà alla Consulta valutare la loro legittimità e i limiti che ne derivano all'applicazione delle leggi e dei principi fondamentali della Costituzione italiana. Alla fine, in qualche modo, questa matassa sarà sciolta e, quand'anche gli Stati uniti dovessero continuare a fare la faccia truce, quand'anche la Corte costituzionale non dovesse pronunciare a chiare lettere la intangibilità del diritto alla salute di Silvia Baraldini, resterà alla luce del sole la sostanza di questa vicenda: il protrarsi oltre ogni ragionevole limite della privazione di libertà di una donna gravemente malata e condannata per fatti minori legati al suo impegno politico di trent'anni fa. Resterà alla luce del sole questa ultima beffa e la conseguente disparità di trattamento tra Silvia e le sue compagne e coimputate. Resterà alla luce del sole il conflitto tra la giustizia e le leggi, le convezioni o gli accordi che siano e che costringono Silvia a dibattersi tra una cella e una stanza d'ospedale.

Di fronte a questa lampante manifestazione di ingiustizia non ha senso protrarre la sofferenza di Silvia e dei suoi cari; non ha senso rinviare a quando ogni altra strada dovesse essersi chiusa la responsabilità di una scelta politica e umanitaria insieme; una scelta che non interviene sui motivi della sua lunga carcerazione, non discute la legittimità di quella pena così dura, ma si limita a riconoscere la inutile crudeltà del suo prolungamento e rinuncia a quel diritto di punire che leggi e codici affidano allo Stato. A questo serve la grazia e il potere di clemenza, a riconciliare il diritto con la giustizia.