AVVENIMENTI, 21 agosto 1999

RIVELATI I RETROSCENA DEL RIMPATRIO DI SILVIA BARALDINI.

Durissime le condizioni imposte dagli Stati Uniti e accettate dal Governo italiano sulla detenzione della nostra connazionale fino al 28 luglio del 2008: non le verranno estesi i benefici della legge gozzini, indulti o grazie ed anche in caso di grave malattia non potra' essere curata fuori dal perimetro carcerario.

di Lucio Manisco

Se, come e' vero, il trasferimento di Silvia Baraldini in un carcere italiano costituiva ormai una priorita' assoluta, non piu' rinviabile senza compromettere l'integrita'  psico-fisica e forsanco la sopravvivenza stessa della nostra connazionale, e' allora doveroso rendere atto al Governo della Repubblica italiana di avere agito a tal fine con  una notevole dose di spregiudicatezza. Se, come sembra, le durissime condizioni imposte dagli Stati Uniti sulle modalita' del proseguimento della pena in Italia fino al 28 Luglio del 2008 appaiono lesive della Costituzione,degli ordinamenti giudiziari e penitenziari della Repubblica, malgrado la sentenza di riconoscimento emessa il 9 Luglio c.a. dalla IV Sezione Penale della Corte d'Appello di Roma, allora e' quanto mai necessario che il Governo intraprenda senza indugi e sulla base di una reciprocita' mai fino ad oggi posta in atto azioni diplomatiche e politiche volte ad ottenere dall'Amministrazione e dalla magistratura degli Stati Uniti una revisione della sentenza e degli accordi che regolano il proseguimento della pena nel nostro paese. Questi accordi - equivalenti ad un vero e proprio diktat- non sono stati ancora resi di pubblica ragione nei loro testi integrali (le appendici A e B), ma ne abbiamo avuto in visione i capitoli piu' coercitivi che attribuiscono agli Stati Uniti poteri ispettivi, arbitrali, esclusivi e senza possibilita' di appello sull' esecuzione della pena in Italia.

Gia' dalla dichiarazione letta e firmata dalla Baraldini durante la sua ultima comparizione davanti al giudice Michael Dolinger nella Federal Southern District Court di Manhattan si evince che solo gli Stati Uniti saranno arbitri del suo destino e delle sue condizioni di vita nelle carceri italiane. L'Art. 1 della dichiarazione recita: "Lamia condanna o sentenza possono essere modificate o sospese solo tramite procedure promosse da me o a mio nome negli Stati Uniti." L'Art. 2 : "La mia sentenza verra' eseguita secondo le leggi italiane, nei termini e nelle condizioni da me concordate con il Ministero di Grazia e Giustizia, cosi' come sono state formulate piu' recentemente nella lettera datata 28 Luglio 1999 del Ministro di Grazia e Giustizia allo Attorney General e confermate nella sentenza di riconoscimento emessa dalla Corte d'Appello di Roma il 7-9 Luglio (versione corretta)." L'Art.3: "Se un tribunale in Italia dovesse determinare su procedure iniziate da me o a mio nome che il trasferimento non e' stato posto in atto nel rispetto del trattato (la Convenzione di Strasburgo) e delle leggi italiane, io potro' essere ristrasferita negli Stati Uniti per completare l'espiazione della pena su richiesta degli stessi Stati Uniti."Perche' S.Baraldini ha accettato  queste condizioni-capestro? In primo luogo  per  essere piu'vicina alla madre  anziana,malata e quindi non piu' in grado di viaggiare e di visitare la figlia nelle carceri statunitensi.In secondo luogo perche' l'assistente del Guardiasigilli , signora Manuela Palermi,  le aveva piu' volte assicurato che "una volta in Italia penseremo noi ad aggiustare ogni cosa".

Ben piu' dure e dettagliate le condizioni enunciate nella appendice A, quelle almeno di cui siamo venuti a conoscenza: oltre alla scadenza finale della detenzione, il 29 Luglio del 2008, viene impedito al Parlamento italiano di estendere alla Baraldini eventuali indulti o grazie concesse ad altri "terroristi"; cosi' come viene vietato al Ministro di Grazia e Giustizia - divieto da questi accettato con lettera in data 20 Aprile 1999 - di promuovere istanze di grazia presso il Presidente della Repubblica. Viene inoltre specificato che le condizioni carcerarie devono essere identiche a quelle della detenzione negli Stati Uniti (dimensioni della cella, misure di sicurezza sul perimetro del braccio carcerario, anche in caso di malattie gravi divieto di cura in cliniche esterne, divieto di permessi, visite o soggiorni sia pure temporanei fuori dal perimetro penitenziario - esclusione quindi dei benefici della legge Gozzini - orari e numero di visitatori e cosi' via dicendo).

L'imminente divulgazione negli Stati Uniti di queste ed altre condizioni imposte all'Italia servira' ovviamente all'Amministrazione Clinton per respingere le accuse di lenienza verso una "terrorista" gia' mosse in questi giorni dalla destra Repubblicana all'amnistia "condizionata" offerta dal capo dell'esecutivo a sedici combattenti per la liberta' del Puerto Rico condannati negli anni settanta a lunghe pene di detenzione; una elusione piu' o meno mascherata di questi accordi da parte delle nostre autorita' nell'ambito di quella che gli anglosassoni chiamano sprezzantemente "the fine italian hand" sembra preclusa dal carattere di pseudo-trattato internazionale attribuito agli accordi stessi sottoscritti, come viene arbitrariamente specificato, non solo dal governo D'Alema, ma dallo "Stato Italiano".(Qualsiasi accordo per assumere valore e significato di tratttato internazionale vincolante per i due stati deve essere ratificato  dal Congresso USA e dal parlamento italiano, il che ovviamente non e' stato  richiesto dall'una o dall'altra parte) .

 E'qui opportuno sgombrare il terreno dalle polemiche gia' in corso su un possibile baratto Baraldini - Cermis - Kossovo, l'ipotesi cioe' secondo cui le autorita' degli Stati Uniti avrebbero rispedito la nostra connazionale in Italia in cambio del silenzio del governo di Roma sull'aberrante assoluzione dei due piloti USA responsabili della strage, ovvero al fine di ricompensare l'Italia per il suo fondamentale contributo all'aggressione scatenata contro la Federazione Jugoslava. Gli accadimenti, gli scambi ufficiali ed ufficiosi che hanno segnato una svolta decisiva sul contenzioso Baraldini hanno anticipato di nove o dieci mesi sia il processo ai due ufficiali americani sia la guerra nei Balcani. Di una disponibilita' USA a risolvere il caso parlo' per la prima volta un alto funzionario dell'Ufficio del "Attorney General" , l'assistente Dan Seikaly, ad Elizabeth Fink legale della Baraldini nel maggio del 1998: pur insistendo sulle ferree condizioni dettate dagli Stati Uniti ad un eventuale trasferimento della detenuta in un carcere italiano, il funzionario fece chiaramente capire che la presunta gravita' dei crimini attribuiti alla condannata o il suo mancato "pentimento" non costituivano piu' un ostacolo al suo rimpatrio. Il rigetto dell'appello della Baraldini alla "Parole Board" - la commissione per la revisione delle pene - non offusco' il significato di questa prima "apertura" USA posta in atto ad un livello diverso e piu' alto di quello della commissione penale. Nel giugno dello scorso anno, dopo rinvii e reticenze di ogni genere, l'allora Ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick promosse, anche se non firmo' di persona, il ricorso al Comitato Direttivo per i Problemi Penali del Consiglio d'Europa. Sull'esito di quel ricorso conclusosi con una comunicazione che non venne sottoscritta dai due rappresentanti americani Drew Arena e George Brooks, vennero espresse valutazioni contrastanti; marcatamente negativa la nostra che aveva ravvisato troppi cedimenti da parte dei rappresentanti italiani Lattanzi, Selvaggi e Conso: nel prospettare l'ipotesi di un proseguimento della pena in Italia per altri quattordici anni, invece dei dieci previsti con i benefici di legge dal codice penale USA, i nostri rappresentanti avevano opinato un riconoscimento a tutti gli effetti di una "extraterritorialita" e di un primato della legislazione e dell'ordinamento penitenziario USA sulle modalita' dell'esecuzione della pena in Italia.

A giudicare da un rapporto interno a firma di George Brooks, non certo segreto perche' ce ne sono stati poi letti alcuni passi, ci eravamo sbagliati: l'esito di quel ricorso aveva provocato non poche apprensioni negli uffici dello Attorney General; nel rapporto veniva sottolineato come a Strasburgo tutti i paesi rappresentati nel Consiglio d'Europa avevano sostenuto a spada tratta le tesi italiane, isolando gli Stati Uniti; veniva inoltre preso atto con malcelato stupore di alcune energiche, aspre prese di posizione di uno dei nostri rappresentanti, il Magistrato Giuseppe Di Gennaro.

Ma c'erano stati altri scambi, anche se di scarso o non accertabile rilievo ,tra il Governo Prodi e l'Amministrazione Clinton: una lettera dell'allora Presidente del Consiglio al Presidente USA - di cui avevamo curato una prima stesura - esprimeva apprensione per la possibilita' che "il caso Braldini potesse erodere come un cancro il tessuto dei buoni rapporti di amicizia tra i due popoli"; Romano Prodi la cancello' dal testo: "Manisco - ci disse - lasciamo fuori il cancro perche' e' di malaugurio." Della risposta di Clinton Prodi non ha mai parlato, cosi' come ha mantenuto il massimo riserbo sugli altri scambi personali avuti sullo stesso tema con il Capo dell'Esecutivo a Washington: secondo altre fonti quest'ultimo, con riferimento all'intransigenza della Baraldini, avrebbe osservato: "Certo e' che questa signora non vi aiuta a riportarla in Italia." C'era poi stato il caso Venetucci che aveva creato qualche imbarazzo a Washington e un vero e proprio scandalo in Italia: Robert Venetucci, condannato all'ergastolo per avere pianificato e organizzato nel 1979 su ordine di Sindona l'assassinio di Giorgio Ambrosoli, era stato rispedito negli Stati Uniti dal Ministro Flick "per motivi umanitari" ed in applicazione di quella Convenzione di Strasburgo di cui non poteva beneficiare la Baraldini. Dopo il ricovero in una clinica dello stato di New York il Venetucci presentemente vive in stato di semi-liberta' nel suo appartamento di Bensonhurst a Brooklyn.

Nell'ottobre dello scorso anno con l'avvento del Governo D'Alema la vicenda Baraldini registra una svolta risolutiva. Uno dei primi passi compiuti dal nuovo Gurdiasigilli Oliviero Diliberto e' quello di convocare il 3 Novembre dello scorso anno a via Arenula l'Ambasciatore Thomas Foglietta: "Il colloquio - recita il comunicato del nostro Ministero - e' stato solo il primo di una serie di passi per consentire il piu' rapidamente possibile alla Baraldini di venire a scontare la pena in Italia. Il caso resta di difficile soluzione ma costituisce una priorita' per il Ministro." Seguono sempre piu' intensi gli scambi ufficiali ed ufficiosi con funzionari di alto livello del dipartimento americano di giustizia, quali Mark Richard, Michael Stover, George Brooks ed altri. D'Alema, nel corso di una visita privata a New York di capodanno, solleva la questione con Clinton e torna poi sul tema durante un'altra visita a Washington. Giorgio Lattanzi, uomo di punta del nostro Ministero, si reca piu' volte nella capitale americana ove altre missioni vengono espletate dall'assistente del Guardiasigilli Signora Manuela Palermi. C'e' stata poi una visita a sorpresa, non annunciata, del direttore dello F.B.I. Louis Freeh a via Arenula ("Sembrava una invasione di marziani" - ha commentato un usciere alludendo al gran numero di "G-men" che avevano preceduto l'arrivo del capo dei servizi investigativi federali.) Infine una telefonata "in conference" di Oliviero Diliberto con lo Attorney General Signora Janet Reno avrebbe superato ,si fa per dire,le ultime difficolta' dovute in gran parte al fatto che da Febbraio ad Aprile gli assistenti della Reno avevano alzato la posta aggiungendo condizioni-capestro al trasferimento di Silvia nel carcere di Rebibbia.

Nella conferenza stampa indetta a Palazzo Chigi l'11 Giugno - 48 ore prima della consultazione elettorale - il Presidente del Consiglio ed il Guardiasigilli, presente l'Ambasciatore Foglietta, hanno ringraziato l'Amministrazione USA per avere autorizzato il rimpatrio della Baraldini.

Per quanto ci riguarda, liberi da formalita' diplomatiche o di protocollo, non nutriamo ne' esprimiamo gratitudine alcuna ma solo sprezzo per chi ha cessato di tormentare dopo 18 anni una nostra connazionale riuscendo a delegare il prosieguo per altri nove anni di questo compito infame alle autorita' del suo paese natale.