Guerre & Pace, marzo 2000

 

DA REBIBBIA

INTERVISTA A SILVIA BARALDINI

a cura di Tullia Nava*

"STAVA MEGLIO IN AMERICA?"

Dal tuo rientro in Italia sono trascorsi ormai alcuni mesi. Il rientro non è stato facile, come sappiamo da colloqui e interviste: diverse le condizioni di vita e di detenzione nei due paesi, diversa la realtà quotidiana rispetto alle aspettative. Che cosa pensi delle carceri italiane e della situazione dei detenuti, sulla base della tua esperienza?

Le poche volte che esprimo ad alta voce la mia esasperazione per la condizione che vivo quotidianamente, vengo aggressivamente contestata col seguente ritornello: "Perché, stava meglio in America?". Rispondo con un diniego, che sottolinea la mia soddisfazione di essere finalmente ritornata in Italia. La situazione è più contraddittoria, perché trovo certi aspetti del sistema carcerario italiano ingiusti, arretrati e inesplicabili.

Un sistema che esalta la riabilitazione e il reinserimento non dovrebbe imporre all'individuo un regime penitenziario che infantilizza, promuove la dipendenza, scoraggia le iniziative di autogestione e ostacola i contatti con famigliari e amici.

Affermo che con poca fatica e senza compromettere la sicurezza degli istituti penitenziari si potrebbero permettere telefonate quotidiane, colloqui regolari di lunga durata in sale accoglienti e attrezzate per anziani e bambini, celle aperte 24 ore al giorno. Uno Stato democratico dovrebbe garantire la salute di ogni detenuto 365 giorni all'anno invece che solo da marzo a novembre, per non parlare del problema della scuola, del lavoro e delle modalità per accedere ai benefici.

L'ITALIA VISTA ATTRAVERSO LE SBARRE

Che impressione ti sei fatta dell'Italia e della sua situazione sociale e politica, per quello che hai potuto vedere attraverso le sbarre del carcere?

Non ho un'impressione complessiva dell'Italia; sarebbe difficile averla nella mia situazione. Potrei solo essere superficiale e riduttiva. Premesso questo, ecco due brevi commenti su aspetti specifici che mi hanno colpito.

Chi proviene dagli Stati Uniti, come me, non può non essere impressionato favorevolmente dal profondo sentimento di questo paese contro la pena di morte. Anche scontata la componente di "buonismo" in questa opposizione, rimane pur sempre il fatto che il 75% è contrario a questa pena incivile e disumana. L'opposizione alla pena di morte, espressa tramite mobilitazioni e iniziative di solidarietà, è una grande vittoria della lotta per i diritti umani. Purtroppo tale sensibilità non si estende a una visione progressista della detenzione.

Questo mi porta al recente furore contro le "scarcerazioni facili", scatenato dalle azioni di un "pentito" nel centro di Milano. Come detenuta e come cittadina sono rattristata dalla mancanza di un'opposizione compatta e democratica della sinistra alle pressioni per modificare le leggi Gozzini e Simeoni Saraceni. Anzi, le iniziative di modifica sembrano partire dalla sinistra. Viene il sospetto che il vero movente siano le prossime elezioni e non la difesa del principio del reinserimento e della riabilitazione.

Mi colpiscono anche le diffuse, seppur inconsce, espressioni di razzismo che si incontrano nei mass-media. Qualche esempio per illustrare il mio disagio: un comico in una trasmissione televisiva domenicale appare con la faccia "nera", brutto ricordo dei Minstrel shows americani, che hanno propagato stereotipi deformanti contro le popolazioni nere; l'uso della parola "squaw", che in irochese significa prostituta, sulle pagine di Repubblica per descrivere le donne appartenenti all'équipe di Luna Rossa; o ancora il fatto che il gruppo musicale Rage against the machine sia descritto sulle pagine di un settimanale di sinistra come bianco, quando la foto a colori sulla stessa pagina mostra il contrario; o infine l'affermazione che la grande scrittrice americana Toni Morrison non pubblica nella sua lingua natia, perché usa l'inglese. Quale sarebbe la sua lingua?

NESSUNA GUERRA E' "UMANITARIA"

Nei mesi scorsi si è avuta in Italia una mobilitazione consistente contro l'intervento militare nei Balcani e i bombardamenti aerei sulla Serbia, che è andata di pari passo con l'aiuto alle popolazioni colpite da parte di volontari e organizzazioni non governative. Che cosa pensi della cosiddetta "guerra umanitaria" e degli interessi che stanno dietro di essa?

Nessuna guerra può definirsi "umanitaria". L'accoppiamento di questi due concetti è contraddittorio e serve a nascondere i veri scopi di un'azione bellica. Nel Kosovo gli obiettivi erano e rimangono tutt'altro che umanitari. Se salvaguardare i diritti di una minoranza fosse stato lo scopo della NATO, i soldati sarebbero andati in Ruanda, dove più di un milione di persone sono state trucidate. Ma il Ruanda non ha nessuna importanza strategica e salvare i Tutsi e le altre popolazioni non aiuta a imporre il dominio della NATO sulla Russia. Un intervento in Ruanda, volutamente scartato dagli Stati uniti e dall'Europa, avrebbe rafforzato le Nazioni Unite, che continuano a mostrare scatti di indipendenza e di neutralità. L'intervento nel Kosovo rappresenta l'abdicazione della diplomazia e del negoziato a favore dell'aggressione e l'accettazione da parte dei governi europei dell'agenda statunitense.

LE CARCERI USA. COME E PERCHÉ

Qualche settimana fa i giornali hanno scritto che la popolazione carceraria degli USA ha ormai raggiunto i due milioni di detenuti. Quali sono le cause di questo impressionante fenomeno che ha colpito gli osservatori europei?

Nel 1987 il Congresso americano ha adottato il nuovo Codice penale che elimina la discrezionalità dei giudici sostituendola con la "certezza della pena" e aumenta enormemente le condanne anche per quantità minuscole di stupefacenti. Il nuovo Codice, il prodotto di una politica basata sulla "tolleranza zero", è la meta fondamentale della cosiddetta guerra alla droga, a scapito dello stanziamento di fondi per programmi di educazione indirizzati ai giovani, per l'interdizione delle frontiere e per la sovvenzione ai produttori di materia prima. La sostituzione della prevenzione alla repressione ha fallito completamente: il livello della droga è rimasto lo stesso, l'uso personale non è diminuito e i giovani, privati della marijuana, hanno riscoperto l'eroina. Due milioni di detenuti sono il frutto devastante di questa linea politica. Il 70% dei reati sono collegati al traffico di stupefacenti. Le prigioni sono sovraffollate di tossicodipendenti, piccoli spacciatori e corrieri provenienti da ogni continente.

Il numero dei detenuti nasconde un'altra agghiacciante realtà. Il 40% proviene dalla comunità Afro-Americana, mentre la popolazione nera costituisce solo il 12% della popolazione. Come mai? Il Codice si accanisce contro l'uso e lo spaccio del crack, imponendo una disparità di 100 a 1 rispetto alla cocaina. Un consumatore di 5 grammi di crack riceve la stessa condanna di chi possiede mezzo chilogrammo di cocaina. Questo penalizza la comunità Afro-Americana, dove prevale il crack.

La diffusione di questa droga ha coinciso con la ristrutturazione dell'economia americana. Le grandi fabbriche che una volta impiegavano i lavoratori neri si sono trasferite all'estero o hanno chiuso, distruggendo la base economica di questa comunità. I giovani hanno poche speranze di trovare lavoro e non sono preparati per la nuova economia telematica. L'unica componente dell'economia locale che cresce e può occuparli rimane il traffico e lo spaccio di stupefacenti. Per un giovane Afro-Americano la prigione è diventata la sua università. Questo circolo vizioso non si spezzerà senza un forte investimento in programmi educativi e sociali, che le ultime amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, hanno eliminato dal bilancio.

COME HAI POTUTO RESISTERE?

Che cosa ti ha permesso di resistere a 18 anni di detenzione, in condizioni spesso durissime, conservando la tua identità personale, la tua energia intellettuale, la tua umanità?

Ognuno deve scoprire gli strumenti e le capacità per superare una lunga detenzione. all'inizio, oltre ai propositi di combattere l'istituzionalizzazione e di mantenere una identità politica, non avevo una strategia precisa… Ho avuto la fortuna di trovare dei bravi insegnanti quando sono arrivata nel carcere federale californiano nel 1984. Con molta pazienza mi hanno aiutata a fissare abitudini, obiettivi e progetti che rimangono validi ancor oggi.

Ho scelto di privilegiare i contatti con l'esterno. I colloqui con la famiglia, gli amici/che, i compagni/e e i contatti con l'Italia sono sempre stati la mia "raison d'être". Questa scelta mi ha aiutato ad evitare certe confusioni che in una prolungata detenzione finiscono per trasformare il carcere nell'unica realtà della detenuta.

In un secondo luogo, con altre politiche ho fondato e partecipato a gruppi di consapevolezza e supporto per le detenute sieropositive, che hanno dato uno scopo preciso alla mia vita quotidiana. L'assenza di questo impegno e dell'insegnamento, da quando sono in Italia, mi fanno sentire "in alto mare", senza le ancore che mi hanno storicamente stabilizzata.

Ma la calma e la serenità non si acquistano solo attraverso attività "esteriori". Soprattutto durante il periodo dell'isolamento ho dovuto trovare dentro di me le ragioni per mantenere un sano equilibrio. L'accettazione delle mie responsabilità storiche e la riaffermazione della mia identità di donna e di antimperialista sono i fondamenti su cui sto ricostruendo un mio futuro.

Nel carcere di Danbury tenevi dei corsi di storia Afro-Americana alle compagne di detenzione. Che cosa ha rappresentato per te quell'esperienza?

Insegnare mi ha dato l'opportunità di costruire un rapporto con le compagne di detenzione basato sullo studio della contraddizione fondamentale della storia americana: la supremazia dei bianchi contro lo spirito democratico della società Afro-Americana, espresso a volte attraverso movimenti di massa che hanno cambiato il volto del paese. In una comunità prevalentemente nera e latina la ricerca di un'identità, delle proprie radici, della storia occultata rappresenta la volontà dell'individuo di andare oltre la propria esperienza, cercando di esaminarla attraverso lo specchio della storia. Spero di essere stata un vettore capace di trasmettere la mia conoscenza dell'argomento a persone che il sistema educativo aveva scartato o a cui aveva negato il diritto di riconoscersi nella storia "ufficiale". La mia sfida era di rendermi utile e di creare tante altre insegnanti.

Sono orgogliosa che la classe sia stata anche un laboratorio per costruire una comunità consapevole dei propri diritti e capace di opporsi al razzismo del sistema carcerario.

Personalmente, attraverso l'insegnamento ho creato "a room of my own". Per quattro anni ho studiato, letto, scritto e meditato in un angolo quasi nascosto del carcere. Quelle ore rappresentavano una vittoria importante: la capacità di gestire la propria vita al di fuori degli schemi imposti dai muri.

GLI INTERLOCUTORI DEI MOMENTI DIFFICILI

Quali sono state le letture che hanno contato maggiormente per te nei lunghi anni di prigionia?

In carcere sono diventata una lettrice vorace ma anche disciplinata e analitica. Leggo per due ragioni: il piacere e lo studio. Per il piacere leggo gialli. Sono una lettrice appassionata di certi autori: Walter Nosely, Minette Waltens, James Lee Burke, Elisabeth George, Lawrence Block, Reginald Hill, Robert Bavard, P.D. James e Ruth Rendell. Purtroppo, oltre a Camilleri, che mi diverte, non conosco altri autori italiani che coltivano questo "genere". Non m'interessa scoprire il colpevole: preferisco l'esame della personalità dei protagonisti e dello sfondo sociale di ogni storia. Alcuni capolavori di questo "genere", come Always outnumbered, always outgunned di Walter Nosely, sarebbero piaciuti a Lukacs, perché, come Balzac, non denunciano ma condannano, attraverso un'analisi minuta della violenza e delle sue conseguenze.

Ho letto anche per i miei studi, che si sono concentrati in tre campi: cultura e letteratura latino-americana, storia e letteratura Afro-Americana e la pandemia dell'AIDS. Ho condotto questi studi in modo concentrato dal 1994 al 1998, quando ho potuto avere accesso a materiali e libri. Durante gli anni dell'isolamento e delle varie sezioni di massima sicurezza, nell'impossibilità di accedere a strutture educative, ho scelto di leggere classici che non avevo mai esplorato: Tolstoi, Dickens, George Eliot, Melville, Virginia Woolf. Nel carcere sotterraneo di Lexington ho visto il documentario Shoah di Claude Lanzmann, e con le mie compagne Susanne Rosenberg e Alejandrina Torres abbiamo deciso di leggere una serie di testimonianze sull'Olocausto. Così ho letto Primo Levi. Leggendo si scoprono degli autori che ci accompagneranno tutta la vita. Oltre a Levi, Toni Morrison e Paul Manette, morto di AIDS nel 1997, sono le mie guide, i miei interlocutori nei momenti più difficili.

CHE COSA TI ASPETTI?

Sei tornata finalmente in Italia, ma non si può certo parlare di soluzione del tuo caso. Da noi i detenuti nelle tue condizioni godono della semi-libertà. Che cosa ti aspetti dal Governo e dalla giustizia italiana nel prossimo futuro?

La mia speranza rimane di venire trattata come ogni altra detenuta italiana: stessi obblighi e stessi benefici.

Quale saluto vuoi rivolgere ai compagni che hanno lottato per te in questi anni e che sperano di abbracciarti libera in un futuro non lontano?

Invio un profondo ringraziamento per la solidarietà, il sostegno che ho ricevuto attraverso lettere, cartoline, messaggi, che hanno accorciato la distanza tra l'Italia e gli Stati Uniti, per le cittadinanze onorarie che ho ricevuto, per le manifestazioni organizzate e per tutte le iniziative che hanno influito positivamente sulla mia battaglia per rientrare in Italia. Spero che questa energia, questo impegno, questa tenacia siano impiegate per sottrarre Mumia Abu-Jamal dalle mani degli aguzzini.

Questa intervista "a distanza" con Silvia Baraldini sconta le difficoltà di comunicazione legate alla pesante condizione carceraria. Abbiamo inviato a Silvia, nel carcere di Rebibbia, delle domande scritte, alle quali ha dovuto rispondere scrivendo a mano poiché non le è concesso un computer (non può neppure avere un vocabolario, in quanto sono vietati i libri con copertina rigida). Ciò non ha impedito l'avvio di un dialogo che ci auguriamo continui, ricco di spunti e di riflessioni non solo sul "caso Baraldini" ma sulla condizione carceraria, sugli Stati Uniti, sull'Italia, sulla necessità di salvare Mumia.